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Ex Ilva Taranto, ancora un rinvio fra speranza e paura

TARANTO. Un altro mattoncino, un accordo, è stato posato nella difficile, estenuante trattativa per l’ex Ilva di Taranto. In questo testo sono fissati i capisaldi della futura intesa e cioè occupazione, che rimane a tutt’ora l’elemento sul quale le parti sono più distanti (a dicembre, al Mise, Mittal aveva chiesto 4.700 esuberi, poi è sceso a 3.500, numero che però il Governo respinge), e poi impegno dello Stato, ruolo della newco che si occuperà della produzione del preridotto (la materia prima per gli impianti), nuovi forni elettrici in affiancamento agli altiforni a ciclo integrale, canoni che Mittal deve ancora corrispondere. Questi punti, una volta raggiunto l’accordo definitivo – ma ci vorranno, si calcola, altre quattro settimane -, entreranno a far parte di un addendum che sarà parte integrante del contratto. Con l’addendum, ArcelorMittal ritirerà dal Tribunale di Milano l’atto di citazione, dove ha ufficializzato la sua volontà di recedere dal contratto di affitto, e consequenzialmente decadrà anche il ricorso cautelare urgente che Ilva in amministrazione straordinaria ha presentato per impedire che Mittal vada via. Un altro rinvio, di un paio di settimane al massimo. Perché nonostante le esplicite volontà politiche l’accordo ancora non c’è. Resta appeso al filo della trattativa tra governo e Arcelor Mittal il destino dell’ex Ilva di Taranto. Trattativa che sta proseguendo a oltranza ma ancora non ha portato a una intesa sui dettagli e, soprattutto, non ha ancora superato lo scoglio degli esuberi. Si va avanti a piccoli tappe, in un percorso che rimane ancora molto difficile, tanto che i più pessimisti temono che alla fine saranno i giudici a doversi esprimere, anche perché, ancora in queste ultime ore, il negoziato avrebbe fatto qualche passo avanti ma anche diversi passi indietro.

E l’azienda resterebbe ferma sui 3mila esuberi strutturali indigeribili per il governo, prima ancora che per i sindacati. Il nodo è anche quello delle risorse che saranno previste dal nuovo piano industriale, al quale gli esuberi – inutile dirlo – sono strettamente legati. Ma ufficialmente le parti continuano a ostentare ottimismo: il premier, Giuseppe Conte, si è detto fiducioso dopo l’incontro a Londra che anche i vertici del colosso dell’acciaio hanno definito positivo. “Ci sono stati dei progressi e confidiamo che si possano fare ulteriori passi avanti” ha detto Aditya Mittal, presidente e direttore finanziario di Am, parlando agli analisti durante la presentazione dei conti. Il gruppo ha chiuso il 2019 con un rosso di 2,5 miliardi di dollari ma un Ebitda di 925 milioni di dollari, migliore delle stime, e prospettive di miglioramento per il 2020 che sono piaciute ai mercati (il titolo ha toccato anche un rialzo dell’11% sui listini di Parigi, Madrid e Amsterdam). I segnali di “rallentamento della domanda che inizia a stabilizzarsi”, con l’attesa di un “aumento nei mercati core”, indicati nella confernce call potrebbero giovare anche alla partita che si gioca in Italia.

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