Quando si parla di emergenza acqua in Italia il pensiero corre quasi automaticamente alla siccità: fiumi in secca, invasi vuoti, agricoltori costretti a ridurre l’irrigazione e città chiamate a limitare i consumi. Ma esiste un’altra emergenza, meno spettacolare e proprio per questo più facile da ignorare. L’acqua può esserci e, contemporaneamente, l’ecosistema che la ospita può essere in difficoltà. È questa la fotografia che emerge dal rapporto ISPRA sullo stato delle acque italiane, elaborato in vista del quarto ciclo di gestione previsto dalla Direttiva europea sulle acque. Il dato più immediato è anche quello che dovrebbe far riflettere: su oltre 7.700 corpi idrici superficiali, solo il 43,6% raggiunge uno stato o potenziale ecologico classificato almeno come buono. Tradotto: più della metà non raggiunge quella condizione.
Dire che un fiume non raggiunge un buono stato ecologico non significa necessariamente che sia una fogna a cielo aperto o che la sua acqua sia pericolosa da toccare. Lo “stato ecologico” è un indicatore molto più ampio: considera la qualità dell’ecosistema acquatico, gli organismi che lo popolano e le caratteristiche fisiche e chimiche che ne permettono il funzionamento. Un corso d’acqua apparentemente pulito può quindi presentare comunque alterazioni significative. Ed è importante distinguere questo parametro dallo stato chimico: secondo ISPRA, poco più del 75% delle acque superficiali italiane raggiunge uno stato chimico buono. I due numeri raccontano aspetti differenti dello stesso patrimonio idrico.
Questa distinzione cambia anche il modo in cui dovremmo guardare un fiume. Per decenni l’attenzione pubblica si è concentrata soprattutto sull’inquinamento evidente, sulle schiume, sugli scarichi industriali o sulle morie di pesci. Oggi la salute di un corso d’acqua viene letta attraverso un sistema molto più complesso, nel quale contano anche biodiversità, continuità del fiume, modificazioni dell’alveo e pressioni esercitate dalle attività umane. Un fiume, insomma, non è semplicemente una condotta naturale attraverso cui deve passare acqua.
Qual è allora la pressione più importante sulle acque superficiali italiane? Il rapporto ISPRA indica innanzitutto l’inquinamento da fonti diffuse, con particolare riferimento all’agricoltura. A differenza di uno scarico industriale facilmente individuabile, l’inquinamento diffuso deriva da una molteplicità di fonti distribuite sul territorio e proprio per questo è più difficile da intercettare e ridurre. Fertilizzanti e altre sostanze utilizzate nelle attività agricole possono raggiungere progressivamente fiumi, laghi e falde attraverso il terreno e il dilavamento.
Ma l’agricoltura non è l’unica pressione. ISPRA segnala anche quelle idromorfologiche, cioè le modifiche fisiche apportate ai corsi d’acqua attraverso opere di difesa idraulica, attraversamenti stradali e ferroviari e altre infrastrutture. Seguono le fonti puntuali, tra cui gli scarichi urbani, e infine i prelievi. È quindi un problema molto più articolato della semplice contrapposizione tra acqua “pulita” e acqua “inquinata”: riguarda il modo in cui abbiamo progressivamente trasformato il territorio intorno ai fiumi e utilizzato la risorsa idrica.
Come spesso accade quando si osservano i dati ambientali italiani, dietro la media nazionale si nascondono differenze territoriali importanti. La Sardegna presenta alcuni dei risultati migliori: nel distretto isolano si trova la maggior parte dei corpi idrici superficiali classificati in stato elevato e il 76% dei corpi idrici fluviali raggiunge un buono stato o potenziale ecologico. Seguono, per percentuale di fiumi in buone condizioni, i distretti delle Alpi Orientali e dell’Appennino Centrale, entrambi al 43%.
Il confronto deve però essere letto con attenzione. Territori diversi hanno caratteristiche naturali, densità di popolazione, sistemi produttivi e livelli di pressione antropica differenti. Non avrebbe quindi senso trasformare i dati in una semplice classifica delle Regioni “virtuose” e di quelle “cattive”. Servono invece a capire dove gli interventi debbano essere più intensi e quali pressioni incidano maggiormente nei diversi bacini.
La fotografia cambia quando si scende sotto la superficie. L’Italia dispone di 1.007 corpi idrici sotterranei censiti nel rapporto e quasi l’80% risulta in buono stato quantitativo, cioè presenta condizioni soddisfacenti sotto il profilo della disponibilità della risorsa. Sul versante chimico, invece, la percentuale in buono stato è del 70%. Sono risultati complessivamente migliori rispetto a quelli delle acque superficiali, ma non tali da consentire di abbassare la guardia.
Le falde sono infatti una riserva strategica per l’approvvigionamento idrico e possono risentire sia dei prelievi sia delle contaminazioni provenienti dalla superficie. Inoltre i processi sotterranei sono spesso molto più lenti: quando una falda viene compromessa, riportarla a condizioni soddisfacenti può richiedere tempi lunghissimi.
Dietro questi numeri c’è anche una scadenza europea ormai molto vicina. La Direttiva quadro sulle acque punta al raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale e il 2027 rappresenta un passaggio fondamentale del percorso. Le previsioni riportate da ISPRA indicano che entro quella data l’Italia potrebbe arrivare a circa il 70% dei corpi idrici superficiali in buono stato ecologico e quasi al 90% in buono stato chimico. Per le acque sotterranee le proiezioni indicano oltre il 90% in buono stato quantitativo e quasi l’86% in buono stato chimico. La Commissione europea ha riconosciuto i progressi italiani soprattutto nella conoscenza e nel monitoraggio, ma ha contemporaneamente evidenziato la necessità di proseguire nella riduzione delle pressioni.
La distanza tra il 43,6% attuale delle acque superficiali in condizioni ecologiche almeno buone e l’obiettivo prospettato per il 2027 mostra quanto sia impegnativa la strada. Migliorare non significa soltanto depurare meglio gli scarichi: significa intervenire sull’agricoltura, sulla gestione dei corsi d’acqua, sulle infrastrutture, sui prelievi e sulla capacità di monitorare ciò che avviene nei bacini.
Il vero cambio di prospettiva sta forse proprio qui. L’Italia ha imparato a preoccuparsi dell’acqua quando manca. Molto meno quando c’è, ma non sta bene. Un fiume pieno non è necessariamente un fiume sano, così come una falda abbondante non è automaticamente una falda priva di contaminazioni. Quantità e qualità sono due facce della stessa sicurezza idrica.
E con temperature più elevate, periodi siccitosi alternati a precipitazioni intense e una domanda di acqua che coinvolge contemporaneamente famiglie, agricoltura, industria ed energia, proteggere gli ecosistemi acquatici diventa anche una questione economica. Prevenire il deterioramento costa, ma recuperare un ecosistema compromesso può costare molto di più.
La notizia, dunque, non è che l’Italia stia improvvisamente finendo l’acqua. È più sottile e forse più importante: una parte consistente delle nostre acque superficiali non presenta ancora le condizioni ecologiche che dovrebbe avere. Ed è un problema che non vediamo aprendo il rubinetto di casa, ma che riguarda direttamente il futuro della risorsa più indispensabile che abbiamo.