Il 9-1 sul campo del Lens in Champions League consacra una squadra che ha trasformato ambizione e investimenti in un’identità riconoscibile. Fàbregas convince, i giovani rispondono. E il confronto con Milan e Juventus diventa inevitabile.
Nove gol in una trasferta di Champions League. Il risultato di Lens-Como, 1-9, sembra appartenere a un’altra dimensione del calcio, soprattutto se accanto a quel numero compare una squadra che pochi anni fa cercava ancora la propria strada lontano dall’élite. Invece è il punteggio della serata del 4 novembre, una pagina destinata a rimanere nella memoria del club e del calcio italiano.
Il Como di Cesc Fàbregas ha conquistato in Francia la prima vittoria esterna della propria storia nelle competizioni europee con una prestazione travolgente. Un risultato eccezionale, che richiede entusiasmo e capacità di lettura: racconta la forza della squadra in quella partita, mentre il valore del progetto si misura anche attraverso la continuità. Ed è proprio questa la parte più interessante della storia lariana.
La serata si è indirizzata rapidamente: Douvikas ha segnato al 7’ e al 32’, poi Nico Paz ha portato il Como sul 3-0 prima dell’intervallo. Nella ripresa sono arrivati i gol di Da Cunha e Kempf, la terza rete personale di Douvikas e le firme di Liberali, Baturina e Papaccioli. Aguilar ha realizzato il gol del Lens.
La distribuzione delle reti dice qualcosa della prestazione. Il centravanti è stato il protagonista principale, ma attorno alla sua tripletta hanno trovato spazio giocatori differenti per ruolo e percorso. Una squadra capace di coinvolgere più interpreti rende più difficile all’avversario individuare un unico problema da risolvere.
Mattia Liberali e Matteo Papaccioli aggiungono alla goleada il significato delle prime volte. Il primo ha segnato la propria prima rete in Champions; il secondo, diciottenne cresciuto nel vivaio lariano, ha accompagnato il debutto europeo con un gol nel recupero. Una notte enorme vissuta anche attraverso l’emozione di chi comincia.
La lettura più interessante del Como riguarda la relazione fra qualità individuale e organizzazione. L’impressione offerta da una vittoria così larga è quella di una squadra che trova fiducia nelle proprie soluzioni e continua a cercarle anche dopo aver indirizzato il risultato. L’entusiasmo diventa una risorsa quando si accompagna alla chiarezza dei compiti.
Nel giudicare Fàbregas, il passato da grande calciatore è ormai un elemento di contesto. La valutazione riguarda il lavoro da allenatore: come vengono utilizzati i giocatori, quanto crescono e quale identità emerge nelle partite. Il Como gli offre un palcoscenico ambizioso; lui deve continuare a trasformarlo in un percorso competitivo.
Una goleada non dimostra che tutto funzionerà sempre. Può però rendere visibile una convinzione collettiva. La sfida successiva sarà ritrovare quelle certezze quando il vantaggio non arriverà presto, gli spazi saranno minori e servirà vincere una partita equilibrata.
La favola è suggestiva, ma va raccontata con tutti i suoi elementi. Il Como non è un progetto costruito senza disponibilità economiche. La proprietà legata alla famiglia Hartono ha portato risorse e ambizioni rilevanti, all’interno di un percorso cominciato con l’acquisizione del club nel 2019.
Il merito sportivo sta nel modo in cui quelle possibilità vengono utilizzate. Investire consente di ampliare le scelte; creare una squadra richiede che le scelte siano compatibili fra loro. Il mercato, la guida tecnica e la valorizzazione dei giocatori devono convergere verso un obiettivo comprensibile.
È questo che rende il Como un caso da osservare: la possibilità che una società entrata più recentemente nell’élite costruisca una propria autorevolezza attraverso competenza e programmazione. Il patrimonio storico resta diverso da quello delle grandi, ma la credibilità si può conquistare sul campo.
La classifica di Serie A dopo dieci giornate colloca il Como quarto con 23 punti, davanti al Milan, quinto a 21, e alla Juventus, settima a 17. Numeri che danno una base concreta al confronto, pur senza autorizzare a considerare chiusa la stagione o a descrivere tutte le situazioni nello stesso modo.
Il Milan conserva una distanza ridotta dai lariani: parlare di un crollo sarebbe sproporzionato. La Juventus ha più terreno da recuperare, ma arriva anche dalla vittoria contro il Napoli. “Arrancare”, nel paragone con il Como delle meraviglie, significa soprattutto vedere una squadra con meno tradizione recente esprimere una spinta e una convinzione che le grandi devono ritrovare con continuità.
Per club abituati a essere il riferimento, la domanda è scomoda: perché altrove il progetto appare più leggibile? Il confronto dovrebbe partire da qui, evitando di attribuire tutto a una singola partita o a un singolo acquisto. L’efficacia di una società si vede nella coerenza fra le decisioni e il calcio che riesce a produrre.
Il calendario porta ora il Como alla sfida con l’Inter a San Siro. Sarà una verifica diversa dalla notte di Lens, utile a capire come la squadra saprà gestire energie e aspettative. Dopo nove gol, il rischio più evidente è che l’eccezione diventi immediatamente la misura con cui giudicare ogni prestazione.
La maturità consisterà nel proteggere il percorso dall’euforia eccessiva senza rinunciare all’ambizione. Il Como ha il diritto di alzare lo sguardo: i risultati gli danno ragioni per farlo. Deve però continuare a costruire ciò che rende una squadra stabilmente grande, a cominciare dalla risposta alle difficoltà.
La Cenerentola conserva il fascino della sorpresa, ma ormai presenta anche un progetto da prendere sul serio. A Lens ha segnato nove volte. Il messaggio più forte, per il calcio italiano, riguarda il modo in cui sta imparando a farsi riconoscere.