• 17 Gennaio 2021
  • SANITA'

Covid, riapertura scuole troppo rischioso: uno studio evidenzia i rischi

Quando l’incidenza delle infezioni da Sars-CoV-2 è ancora alta, allentare le restrizioni e tornare alla riapertura totale delle scuole, specie università e scuole secondarie,può portare a un rapido nuovo picco dei casi, e quindi dei ricoveri, anche se l’indice Rt, che misura la contagiosità del virus, è inferiore a 1. Lo afferma uno studio dei ricercatori di Fondazione Bruno Kessler (FBK), Istituto Superiore di Sanità (Iss) e Inail, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States (Pnas).

La ricerca, che ha preso in esame i dati della prima ondata, ha utilizzato un modello di trasmissione del virus per stimare l’impatto di diverse strategie di mitigazione, introducendo anche la stima del rischio nei diversi settori produttivi in maniera innovativa. I risultati sono stati utilizzati per definire i possibili scenari seguenti alle riaperture nella fase 2.

Riapertura di tutte le scuole potrebbe scatenare una nuova epidemia: i dati dello studio FBK, Iss e Inail

Tra le stime più preoccupanti viene evidenziata quella sulla riapertura delle scuole: il ripristino delle regolari attività nelle scuole dell’infanzia, asili, elementari e medie potrebbe avere un impatto limitato sulla trasmissibilità del virus. Questo a causa della minor suscettibilità all’infezione di bambini e ragazzi fino a circa 14 anni di età. Discorso differente per gli studenti delle superiori e quelli delle università: secondo lo studio riattivare quasi completamente i contatti sociali e le scuole di ogni ordine e grado, come già avvenuto in tarda estate, potrebbe scatenare un’onda epidemica non contenibile senza l’introduzione di nuove misure restrittive severe.

L’analisi condotta non permette di distinguere tra infezione trasmessa all’interno degli edifici scolastici e infezione trasmessa durante le attività che ruotano intorno a quella scolastica: a preoccupare sono in particolar modo i trasporti, i possibili assembramenti all’esterno degli edifici scolastici e le attività extra-scolastiche.

I problemi che emergerebbero dalla una riapertura indiscriminata delle scuole, in particolar modo superiori e università, preoccupano se raffrontati alla ripartenza nel mondo del lavoro: esclusi i servizi essenziali, come ad esempio quelli sanitari anche se potenzialmente ad alto rischio, dalla ricerca si evince che la riattivazione dei contatti in ambito lavorativo potrebbero non incidere molto sulla trasmissibilità di Sars-CoV-2, anche se è consigliato che gli organi statali competenti e le aziende favoriscano il più possibile la modalità dello smart working.

Inail

Riaperture troppo anticipate, come quella delle scuole, possono moltiplicare in maniera esponenziale i ricoveri ospedalieri

La ricerca mostra che un anticipo prematuro delle riaperture può incidere notevolmente sull’andamento dell’epidemia. Come esempio è stata presa la fine del lockdown sancito il 18 maggio 2020: se fosse stato anticipato al 20 aprile avrebbe potuto generare un incremento pari a circa il 500% delle ospedalizzazioni cumulative rispetto a quelle registrate da maggio fino a fine settembre.

Nello studio si legge: “Dall’analisi è emerso che per permettere margine di azione dopo il rilascio delle restrizioni è necessario un Rt minore di 1, mentre la bassa incidenza è necessaria per mantenere il livello dei casi, e quindi di ospedalizzazioni e decessi, approssimativamente costante dopo che l’Rt ritorna a valori vicini a 1 a seguito delle riaperture“.

Secondo Stefano Merler, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler che ha contribuito allo studio, afferma che in Italia il potenziale di trasmissione del Covid-19 è ancora altissimo. Per cercare di ridurre efficacemente l’aumento del numero dei casi l’incidenza dovrebbe essere inferiore a circa 50 casi settimanali ogni 100mila abitanti. Il consiglio è quello di adottare estrema cautela nella scelta dei contatti sociali da riattivare e nella tempistica con cui vengono ristabiliti.

Per lo studio Inail, Iss e FBK nelle Regioni con popolazione più giovane sono stati riscontrati meno casi

È stato stimato che circa il 4,8% degli italiani, prima dell’ottobre scorso, ha contratto il virus, evidenziando grandi differenze tra regione e regione: si va dall’11% circa riscontrato in Lombardia, fino al 2% in Lazio e all’1% in Campania. Motivo per il quale le misure messe in atto dal Governo possono avere effetti e risultati diversi da territorio a territorio. La ricerca suggerisce inoltre che le regioni con la popolazione più giovane possono aver riscontrato minore impatto nella diffusione dell’epidemia.

Gli autori dello studio sottolineano inoltre un netto aumento, pari al 14,1%, del tasso di notifica avvenuto durante l’estate: si è passati da circa il 9,4% durante la prima onda a circa il 24,5%. Per tasso di notifica si intende la percentuale di infezioni che vengono individuate dal sistema di sorveglianza rispetto al totale, inclusi anche tutti i casi asintomatici. Probabilmente la causa della crescita è da imputarsi alla miglior capacità di tracciamento dei contatti in regimi di bassa incidenza giornaliera di casi.

Carlo Saccomando

Carlo Saccomando

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