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Bufala italiana, cosa si nasconde dietro un’eccellenza del ‘Made in Italy’

Animal Equality Italia, organizzazione internazionale per la protezione degli animali allevati a scopo alimentare, oggi ha rilasciato uno scioccante video-documentario inedito dal titolo “Una bufala tutta italiana”, che documenta ciò che si nasconde dietro la produzione della mozzarella di bufala in Campania e nel Nord Italia, un prodotto considerato in tutto il mondo una delle “eccellenze” del Made in Italy.

Oltre alle immagini inedite ed esclusive girate dagli investigatori di Animal Equality, l’associazione ha raccolto le testimonianze di quattro persone, che hanno potuto constatare e denunciare in prima persona la grave situazione nella quale versano alcuni allevamenti italiani. Nello specifico hanno raccontato la loro esperienza e il loro punto di vista la giornalista televisiva Giulia Innocenzi, l’ex parlamentare pentastellato Paolo Bernini, l’avvocato esperto di diritti animali Manuela Giacomini e il garante per i diritti degli animali della regione Piemonte Enrico Moriconi

bufala italiana

Una bufala tutta italiana

Secondo i dati Istat relativi all’anno 2018 in Italia ogni anno vengono allevati quasi mezzo milione di bufale e bufalini, animali costretti a vivere in condizioni terribili per produrre la famosa “mozzarella di bufala”, latte e altri tipi di formaggi, venduti nel nostro Paese e all’estero come eccellenze del ‘Made in Italy’.

Eccellenze che però nascondo un lato oscuro, documentato da animal Equity, a cui si aggiungono i video concessi da Vier Pfoten International, organizzazione tedesca per la protezione degli animali che ha condotto diverse investigazioni all’interno di allevamenti per la produzione di mozzarella di bufala in Campania.

Dai video emergono chiaramente alcuni particolari incontrovertibili:

• Animali coperti di fango e feci fino alle ginocchia;
• Bufale coperte di mosche, costrette a vivere di fianco a corpi di animali morti;
• Un cadavere di bufalino maldestramente nascosto sotto paglia e feci;
• Maltrattamenti e condizioni igienico-sanitarie degradate.

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La strage di bufalini

Tra le consuetudini più crudeli adottate da alcuni allevatori spicca quella della “mattanza dei bufalini“: in un sistema che ha bisogno solo di bufale femmine per produrre il latte destinato alla produzione di mozzarella e formaggi, i bufalini maschi sono un peso per il produttore e sono considerati semplici scarti senza mercato. Anche la morte ha il suo costo nel sistema perverso degli allevamenti intensivi e per “liberarsi” correttamente dei bufalini maschi, gli allevatori dovrebbero infatti mandarli sistematicamente al macello, spendendo circa dai 20 ai 30€ per macellarli a norma di legge.

Ma questa cifra graverebbe sui profitti dell’azienda, per questo motivo risulta molto più semplice, e sopratutto a costo zero, abbandonare i piccoli nelle zone circostanti gli allevamenti o appena fuori dalle porte delle strutture, per farli morire di fame e di sete, se non addirittura farli diventare preda di cani randagi o altri animali selvatici. Pratica testimoniata anche dalle immagini raccolte dai Carabinieri di Castel Volturno, nelle quali si vedono chiaramente ossa di bufalini e carcasse abbandonate.

La mancanza di controlli e trasparenza

Controlli inefficaci e mancata tutela dell’ambiente e degli animali sono i due punti fondamentali che emergono come più urgenti da affrontare, indispensabili per garantire protezione ad animali senzienti e agli abitanti di questi territori devastati. Ad esempio dalle immagini raccolte da Four Paws in Campania mostrano bufale con gli zoccoli cresciuti a dismisura, condizione molto grave che causa zoppie e ferite e che rende praticamente impossibile per gli animali muoversi senza difficoltà o infortuni. Tutto questo dovrebbe essere controllato e sanzionato dalle autorità competenti, dalle ASL e in generale dal sistema dei controlli.

L’impatto ambientale

In molti allevamenti infatti sono stati documentati sversamenti illegali, con vasche per lo smaltimento che non erano adeguatamente attrezzate per contenere i liquami, o danneggiate. Le perdite di liquami provenienti da queste vasche non a norma si trasformavano in veri e propri torrenti tossici pronti a invadere i campi e i terreni circostanti, con il rischio di penetrare direttamente nella falda acquifera. Liquami non trattati e quindi dall’alta carica batterica.

Il progetto malato degli allevamenti intensivi: nuove fonti di profitto sulla pelle degli animali

Ma c’è dell’altro: per assicurarsi una nuova fonte di profitto, l’industria sta cercando di “rinnovare l’immagine” della carne di bufalino, una carne fino a questo momento senza alcun tipo di mercato. L’intento è quello di creare un nuovo prodotto da quello che è considerato solo uno scarto dell’industria del latte di bufala, la carne di bufalino appunto, proponendo ai consumatori questa nuova tipologia di prodotto. Una ipotesi scellerata e senza senso.

Giulia Innocenti ha affermato che secondo i dati in suo possesso circa il 90% dei prodotti di origine animale venduto in Italia viene prodotto da allevamenti intensivi: “Nelle pubblicità gli allevatori non mostrano mai il reale stato degli animali e le condizioni nei quali vivono. Gli spot mostrano sempre galline, maiali e mucche scorrazzare felicemente all’aria aperta e nutrirsi di prodotti genuini, mentre la realtà è completamente diversa. Questa è l’immagine che si vuole dare al consumatore, una visione completamente falsa.” La giornalista ha infine concluso affermando: “Se l’industria non avesse niente da nascondere, potrebbe semplicemente mostrare il modo in cui produce.”

Secondo Animal Equality tutto ciò è ingiusto e chiede ai consumatori di prestare la massima attenzione ai prodotti che compra e consuma, in maniera tale da non supportare chi si arricchisce sulla pelle degli animali, causando danni agli stessi, al territorio e di conseguenza alla salute pubblica.

Carlo Saccomando

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