La proprietaria del Constellation ha presentato domanda per ottenere un’indennità giornaliera per la perdita di guadagno legata ai danni alla salute subiti nell’incendio di Capodanno. La legge svizzera può consentirlo. Ma davanti a 41 morti e 115 feriti, la domanda inevitabile diventa un’altra: tutto ciò che è legalmente possibile è anche eticamente opportuno?
Ci sono notizie che sembrano avere bisogno di qualche secondo in più per essere assimilate. Quella che arriva da Crans-Montana appartiene probabilmente alla categoria.
Jessica Moretti, comproprietaria del Constellation, ha chiesto un’indennità giornaliera per infortunio in relazione all’incendio scoppiato nel suo locale la notte di Capodanno, sostenendo una perdita di guadagno conseguente ai danni alla salute riportati. La pratica è gestita dall’assicurazione Zurich secondo la legislazione svizzera sugli infortuni e la Procura del Canton Vallese ha accordato il nulla osta richiesto dall’assicuratore per l’eventuale pagamento. Questo non significa che l’indennizzo sia già stato riconosciuto: la pratica deve essere valutata dall’assicurazione. Fin qui la burocrazia.
Poi arriva la realtà. E la realtà è che nell’incendio del Constellation sono morte 41 persone e altre 115 sono rimaste ferite. Una tragedia che ha devastato famiglie, lasciato giovani con conseguenze fisiche e psicologiche e aperto un procedimento giudiziario nel quale le responsabilità sono ancora oggetto di accertamento. Jessica e Jacques Moretti sono coinvolti nel procedimento relativo al rogo e le accuse comprendono omicidio, lesioni e incendio colposi: proprio per questo occorre ricordare che responsabilità e colpe definitive spettano ai giudici e non possono essere anticipate da un articolo di giornale.
Ed è precisamente tenendo ferma questa distinzione che la vicenda dell’indennità diventa quasi surreale.
Jessica Moretti sostiene, in sostanza, di avere subito a sua volta conseguenze sulla salute e una conseguente perdita di guadagno. E dal punto di vista assicurativo la domanda non è necessariamente assurda come può apparire emotivamente.
In Svizzera, l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni può riconoscere, in presenza dei requisiti previsti, un’indennità giornaliera quando l’incidente provoca un’incapacità lavorativa totale o parziale. L’indennità può arrivare all’80% del salario assicurato e decorre normalmente dal terzo giorno successivo all’infortunio.
Dunque bisogna separare due piani. Sul piano giuridico-assicurativo la richiesta può essere perfettamente legittima. Sul piano umano ed etico, la percezione può essere completamente diversa.
Perché mentre un’assicurazione apre un fascicolo per stabilire se la proprietaria del locale abbia diritto a essere indennizzata per la propria perdita di guadagno, altre famiglie stanno ancora facendo i conti con una perdita che nessuna assicurazione potrà mai compensare. Ed è difficile non cogliere il cortocircuito.
La domanda è volutamente provocatoria, perché una persona può essere contemporaneamente coinvolta in un procedimento giudiziario e aver subito personalmente un danno. Il diritto non funziona attraverso categorie morali assolute: stabilisce requisiti, responsabilità, nessi causali e prestazioni. Ma l’opinione pubblica ragiona inevitabilmente anche in un altro modo.
Quando il titolare di un locale nel quale si è verificata una tragedia di queste proporzioni presenta una richiesta per essere indennizzato a causa delle conseguenze che quella stessa tragedia ha prodotto sulla propria salute e sui propri guadagni, l’effetto è inevitabilmente straniante. Quarantuno persone non sono tornate a casa. Centquindici sono rimaste ferite. Genitori, fratelli, sorelle e amici convivono con quanto accaduto quella notte.
E adesso, tra i dossier assicurativi prodotti dalla tragedia, compare anche quello della proprietaria del locale. La legge può avere una risposta molto semplice: se esistono i requisiti, la domanda viene valutata come qualsiasi altra. L’etica, invece, non dispone di moduli da compilare.
La risposta interessante è: in linea di principio sì, ma dipenderebbe dalla posizione assicurativa della persona e dalle circostanze concrete dell’infortunio.
Il sistema italiano è diverso da quello svizzero, ma l’INAIL tutela non soltanto i lavoratori dipendenti. Tra i soggetti assicurati possono rientrare, a determinate condizioni, artigiani, parasubordinati e soci che svolgono attività lavorativa nell’impresa. Non basta quindi essere genericamente “proprietari di un locale” per avere automaticamente diritto a una prestazione: bisogna verificare se il soggetto sia personalmente assicurato e se l’evento rientri nella tutela contro gli infortuni sul lavoro.
Se questi presupposti esistessero e l’incidente provocasse una inabilità temporanea assoluta al lavoro, l’INAIL potrebbe riconoscere un’indennità giornaliera. In Italia la prestazione decorre dal quarto giorno successivo all’infortunio ed è pari al 60% della retribuzione media giornaliera fino al novantesimo giorno e al 75% dal novantunesimo fino alla guarigione clinica. Ed ecco il passaggio che può apparire sorprendente.
Il fatto che intorno allo stesso incidente esista un problema di responsabilità non significa automaticamente che tutte le prestazioni assicurative alle persone coinvolte vengano cancellate. Il nostro ordinamento distingue la tutela dell’infortunato dall’accertamento delle responsabilità. Il Testo unico sull’assicurazione contro gli infortuni prevede persino che l’istituto debba corrispondere le indennità in determinate situazioni nelle quali sussiste una responsabilità civile, salvo poi esercitare il diritto di regresso contro il responsabile nei casi previsti dalla legge.
Naturalmente non è possibile trasferire automaticamente il caso Moretti nel sistema italiano e concludere che l’INAIL pagherebbe. Servirebbero posizione assicurativa, dinamica dell’infortunio, attività svolta in quel momento, accertamenti medico-legali ed eventuali profili di rischio elettivo o altre cause di esclusione. L’INAIL precisa infatti che l’infortunio deve essere avvenuto per causa violenta in occasione di lavoro e che resta fuori dalla tutela il cosiddetto rischio elettivo, cioè estraneo all’attività lavorativa e determinato da una scelta arbitraria del lavoratore.
Quindi, tradotto in parole semplici: anche in Italia una richiesta del genere non sarebbe, solo perché moralmente indigesta, automaticamente illegittima.
Ed eccoci alla domanda che nessun codice assicurativo può risolvere. È eticamente accettabile chiedere un’indennità per i danni subiti in una tragedia avvenuta nel proprio locale mentre decine di famiglie stanno ancora aspettando che la giustizia stabilisca responsabilità e risarcimenti? Non esiste una risposta giuridica perché questa non è una domanda giuridica.
Jessica Moretti ha il diritto di utilizzare gli strumenti che l’ordinamento svizzero mette a disposizione di una persona assicurata. Se la compagnia riterrà che esistano i presupposti, potrà riconoscere la prestazione. E fino alla conclusione del procedimento giudiziario sarebbe scorretto presentare come definitivamente accertate responsabilità che ancora non lo sono.
Ma è altrettanto impossibile pretendere che una vicenda del genere venga letta soltanto attraverso una polizza. Perché esiste anche l’opportunità. Esiste il momento. Esiste la sensibilità nei confronti delle vittime. Ed esiste quella particolare forma di silenzio che, talvolta, può valere più dell’esercizio immediato di un proprio diritto economico.
La vicenda contiene così uno dei paradossi più amari dell’intera tragedia. Da una parte ci sono ragazzi sopravvissuti che dovranno convivere con cicatrici, riabilitazioni e traumi psicologici. Ci sono famiglie che hanno perso un figlio. Ci sono procedimenti giudiziari, assicurazioni, avvocati e richieste di risarcimento.
Dall’altra c’è adesso anche la richiesta della proprietaria del Constellation per la perdita di guadagno provocata dai danni alla propria salute. Potrà essere giuridicamente fondata. Potrà persino essere assicurativamente ineccepibile. Ma resta difficile immaginare che, per le famiglie delle vittime, leggere quelle parole — perdita di guadagno — non produca un effetto dolorosamente amaro.
Perché la legge deve essere fredda, e per fortuna lo è. I diritti non possono dipendere dalla simpatia che una persona suscita nell’opinione pubblica. Ma l’etica funziona diversamente. E davanti a una tragedia nella quale 41 vite sono state perdute e altre 115 persone sono rimaste ferite, forse la domanda più importante non è soltanto se Jessica Moretti abbia diritto all’indennità.
La domanda è se tutto ciò che abbiamo diritto di chiedere debba necessariamente essere chiesto. E questa volta la risposta non arriverà da una compagnia assicurativa.