STORIA

Eliogabalo, l’Imperatore che venne assassinato dalla Guardia Pretoriana

ROMA. 11 Marzo 222. La Guardia pretoriana assassina l’Imperatore romano Eliogabalo e proclama augusto al suo posto il cugino e figlio adottivo Alessandro Severo, ultimo rappresentante della Dinastia dei Severi. Marco Aurelio Antonino, passato alla storia con il suo soprannome: Elagabalo (El-Gabal significa Dio della Montagna, una divinità semitica del Sole alla quale era particolarmente devoto). Fu il venticinquesimo cesare (per 1395 giorni, tra il 16 maggio del 218 e l’11 marzo del 222 d.C.) Non gli piacevano gli abiti che portavano i greci e i romani e non gli piacevano neanche gli abiti da uomo.

Amava travestirsi da Venere, si drappeggiava di seta scarlatta trapuntata d’oro, carico di collane e bracciali, ispirandosi alla moda dei preti fenici e agli sfarzosi persiani (per questo era sbeffeggiato come l’”Assiro” o il “Sardanapalo”). Si sposò con cinque aristocratiche romane per eugenetica (desiderava “bambini simili a dei”) e con due maschi orientali per passione: uno schiavo di cui si considerava «moglie e regina», e poi un atleta. Si dice che si prostituiva al bordello, truccato, depilato e con la parrucca. Si era fatto circoncidere per motivi religiosi ma avrebbe preferito castrarsi ed era disposto a dare la metà dell’impero a chi trovasse il modo di trapiantargli i genitali femminili.


Fu attento alla rappresentanza di genere: la madre e la nonna partecipavano alle adunanze del senato negli scranni dei consoli (un tabù punito con la morte che solo Agrippina madre di Nerone aveva violato, nascondendosi dietro una tenda) e istituì anche un senato di donne al posto di un’antica congrega di virtuose matrone. Era un protettore di prostitute: riscattava la schiave per liberarle, costruiva per loro case pubbliche, le riempiva di denaro e di provviste di grano. I militari e i senatori di Roma erano abituati da secoli agli eccessi assortiti dei nobili e agli imperatori più impudenti (quasi mai potere e ricchezza erano esibiti con l’ascesi). Nelle ricezioni, Elagabalo era anche più stravagante di Nerone: piogge di petali, piscine profumate, cuscini d’oro, pentole d’argento, vini con aromi esotici e pietanze che neanche Trimalcione aveva immaginato: talloni di cammelli, lingue di usignoli, cervelli di fenicotteri e barbe di triglia (la carne suina non era permessa dalla sua religione). Ai custodi della res publica quell’imperatore andava poco a genio. I soldati erano scandalizzati che «un principe accogliesse la libidine in tutti i suoi buchi». Ai senatori non piaceva di essere considerati «servi in toga» ed essere esclusi dalle cariche più importanti, che assegnava – secondo loro – ai dissoluti compagni.

Ma soprattutto non sopportavano il culto di un solo dio e gli esotici rituali che – per forza o per amore – cercava di trapiantare a Roma. In una terrazza del Palatino davanti al Colosseo fece costruire l’Elagabalium, un tempio dove contenere la religione e i simboli ancestrali di Roma insieme a quella di Giudei e Cristiani ma decise che non c’era altro dio all’infuori di Elagabalo. Il nome fu latinizzato in Sol Invictus, adorato sotto forma di un bolide astrale appositamente traslocato dalla sua città natale
i pretoriani intanto cominciarono a dare segni di insofferenza e alla fine si ammutinarono decisero di dargli la caccia e di farla finita. L’imperatore si nascose in un orinatoio, fu scovato, decapitato e trascinato in giro per il Circo Massimo; la fogna dove il cadavere era stato buttato era stroppo stretta e fu scaraventato nel Tevere. La mamma ebbe lo stesso destino e i suoi amici, per contrappasso, furono infilzati con il gladio dagli orifizi. La sua memoria fu maledetta per sempre e l’asteroide venerato come Sol Invictus Elagabalus fu rispedito in Siria.


Fino a una paio di secoli fa Elagabalo è stato sfortunato. Le oscene e giudiziose biografie antiche fecero di lui la più lasciva fiamma di Roma e il rifiuto della storia. Gli scrittori posteriori presero tutto per buono, aumentando il carico: «stupri, violenze, ogni turpitudine» (il maldisposto Paolo Orosio, cristiano, V secolo), «il più sozzo… degli uomini» (Boccaccio, XIV secolo), «aveva preferito la conocchia allo scettro» (Edward Gibbon, XVIII secolo). Dall’Ottocento in poi Elagabalo è stato però riabilitato come eroe decadente, anarchico e dannato. È stato messo in musica, rappresentato a teatro, nei balletti e nei dipinti. Alcuni storici hanno letto tra le righe dei loro colleghi dell’antichità e hanno spiegato il suoi eccessi come una politica anti-élite, e i suoi furori orgiastici come segni di una particolare devozione religiosa.

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