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Gli effetti positivi della dieta giapponese secondo i medici

Cibo e salute rappresentano un connubio sempre più sottoposto al parere di medici ed esperti del settore. Se fino a questo momento la dieta mediterranea sembrava essere la più equilibrata per un corpo sano, adesso pare che la cucina giapponese possa essere un’alternativa valida in termini di benefici per la salute. Tra i principali effetti positivi si evidenziano una più alta aspettativa di vita, e la riduzione di malattie cardiovascolari come diabete e cancro. Entrambe le diete, comunque, aiutano a ridurre malattie quali l’ictus, il Morbo di Parkinson, i tumori. Tra questi ultimi, per quello alla prostata (che ha un’incidenza maggiore nei Paesi occidentali) è stato verificato dai ricercatori del Children’s Hospital Medical Center di Cincinnati che la cucina giapponese lo previene. Grazie alla produzione della molecola Equol da parte dell’intestino quando digerisce la soia, l’azione di un ormone maschile, il Dht, collegato all’ipertrofia prostatica e al tumore, viene bloccata.

cuoco giapponese

Un regime alimentare povero di grassi come quello giapponese può inoltre influire sul decorso del tumore prostatico. «La dieta giapponese è ricca di cibi come tofu, edamame, germogli di soia, caratterizzati da estrogeni deboli, cioè sostanze di derivazione naturale con una debole attività estrogenica. L’assunzione fin dall’infanzia di cibi con estrogeni deboli genera un’azione protettiva sul tumore della prostata. In secondo luogo, è molto povera di grassi saturi, che sono dannosi per l’organismo poiché innalzano i livelli del colesterolo, la cui alterazione può generare complicanze di tipo cardiovascolare», spiega Andrea Tubaro, direttore dell’Unità operativa complessa di Urologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma. «È ormai assodato che esista un rapporto bidirezionale tra i nostri geni e i nutrienti che assumiamo con la dieta. Il patrimonio genetico determina la risposta di ciascun individuo ai nutrienti. Parallelamente, gli stessi nutrienti modificano l’espressione dei geni, silenziando alcuni e attivandone altri», afferma Marco Silano, responsabile dell’Unità operativa Alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità.


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