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Hikikomori, l’autoreclusione volontaria che colpisce i giovani

Un nuovo disagio colpisce sempre di più i giovani italiani e di tutto il globo, affacciandosi da qualche anno a questa parte all’attenzione delle cronache: si tratta dell’hikikomori. È un fenomeno che colpisce prevalentemente giovani, che decidono di chiudersi in casa e smettono di frequentare gli amici, la scuola, e vivono di notte occupandosi di videogiochi o attività solitarie. “Hikikomori” è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”. Dal momento che si tratta di un fenomeno che riguarda persone ritirate o disinteressate a interagire con gli altri, esso tende a rimanere invisibile al mondo esterno e, nonostante la sua grande diffusione, è ancora poco conosciuto.

L’autoreclusione volontaria degli hikikomori, se non affrontata, può durare anche molti anni e compromettere in modo irreversibile la vita dell’individuo. Trattandosi di fenomeno sociale nuovo, le famiglie e le istituzioni si trovano impreparate, in parte per la carenza di informazione tra il personale, ma soprattutto per l’impossibilità di comunicare con un ragazzo refrattario a contatti con l’esterno.

Come si riconosce un Hikikomori?

L’insorgenza delle manifestazioni di ritiro sociale avviene generalmente nel periodo della preadolescenza, dell’adolescenza o della prima età adulta. Tuttavia, in alcuni rari casi, può insorgere anche in età avanzata. Il ritiro sociale può essere più o meno intenso, a partire da sporadici rifiuti a partecipare a eventi mondani, assenze scolastiche saltuarie, fino a forme di isolamento sempre più severe e totalizzanti. Il fenomeno hikikomori è diverso dal fenomeno dei NEET in quanto si contraddistingue con l’allontanamento progressivo dalla società. Si tratta di una forma di autoreclusione volontaria caratterizzata dal disinvestimento per le relazioni interpersonali e da un circolo vizioso di progressivo isolamento. Tra i principali campanelli d’allarme possiamo identificare:

  • Ritiro scolastico
  • Disinteresse nelle interazioni reali, specialmente con i coetanei
  • Inversione del ritmo sonno veglia
  • Auto confinamento nella propria camera da letto
  • Preferenza per attività solitarie (di solito legate alle nuove tecnologie), spesso anche giochi online.

Il fenomeno colpisce soggetti di entrambi i sessi, con particolare incidenza su quello maschile. L’hikikomori ha diversi livelli di gravità ed un processo graduale che può portare più o meno rapidamente all’isolamento totale. L’isolamento può durare alcuni mesi o diversi anni, e generalmente non si risolve spontaneamente.

hikikomori
(Hikikomori Italia Genitori ONLUS)

Perché si diventa Hikikomori?

Non è stata identificata una relazione causa effetto. L’hikikomori è il risultato di una serie di concause caratteriali, sociali e familiari. Tuttavia ogni caso è profondamente diverso ed è difficile stabilire quale di questi tre aspetti incida maggiormente sulla scelta dell’isolamento. Nella maggior parte dei casi sono persone molto acute, profonde e introspettive, con una grande sensibilità nei confronti della vita. Hanno una lucidità e uno sviluppo cognitivo normale, se non addirittura sopra la media. Si trovano, tuttavia, in difficoltà nel sostenere e rielaborare episodi di esclusione o derisione da parte dei coetanei, a fronte dei quali sviluppano reazioni ingovernabili di ansia e panico, con una conseguente difficoltà nell’instaurare relazioni sociali soddisfacenti e gratificanti.

Quanto dura l’Hikikomori?

Non vi è un tempo limite. L’hikikomori non è una fase dell’esistenza, ma una modalità fortemente interiorizzata di fronteggiare e interpretare la realtà circostante. Se non affrontato adeguatamente, il ritiro sociale può durare potenzialmente anche tutta la vita. Non sono malati mentali, ed hanno sviluppato una visione molto dolorosa degli effetti delle relazioni umane sul proprio benessere, per cui associano esperienze vissute come particolarmente negative a qualsiasi pratica di vita esterna. Il loro isolamento non origina da una psicopatologia, ma da una visione negativa della realtà circostante. Considerare l’hikikomori come un “malato mentale” significa, pertanto, banalizzare un disagio che ha radici profonde e complesse.

Alcune recenti ricerche scientifiche hanno, inoltre, stabilito l’esistenza di un “hikikomori primario”, ovvero una condizione di isolamento sociale che non deriva da nessuna psicopatologia pregressa. Il governo del Giappone (paese dove il fenomeno è molto più diffuso e aggressivo rispetto all’Italia) ha stabilito con un documento ufficiale che “l’hikikomori non deve essere considerato una malattia”.

Gli hikikomori non sono dei fannulloni

Il pregiudizio che gli hikikomori siano pigri è il più comune. È quello che suppone che questi soggetti si isolino per poter evitare la fatica dello studio o del lavoro e dedicarsi a attività ludiche. Si tratta di una assunzione completamente errata poiché sarebbero perfettamente in grado di affrontare gli impegni scolastici e lavorativi se non fossero scoraggiati dalle loro esperienze negative con le relazioni sociali e non si sentissero schiacciati dalle eccessive pressioni di realizzazione sociale
trasmesse dalla società o dagli adulti rilevanti. Vi è sempre una grande paura di fondo nel doversi confrontare con gli altri: scherno, risa, commenti, o anche solo semplici sguardi che possano farli sentire giudicati, sono causa di grande vergogna e malessere.

Inoltre gli hikikomori non hanno avuto una educazione permissiva. Spesso si presume che i genitori del soggetto ritirato non siano in grado di garantire una buona educazione dei figli e non sappiano istituire un modello di regole chiare che indichino al giovane il corretto comportamento sociale, i doveri e le responsabilità. Eppure, la letteratura sul fenomeno rileva che l’educazione permissiva non si riscontra con regolarità nei soggetti colpiti dal fenomeno e, soprattutto, non con una incidenza maggiore rispetto ad altre problematiche.

Punizioni o costrizioni non sono la risoluzione del problema

È importante ribadire che l’isolamento non è mai frutto di una causa di forza maggiore, ma è una scelta conscia e fortemente interiorizzata, dovuta a un vissuto di esperienze sociali e relazionali particolarmente negative. Usando le maniere forti su questi ragazzi si ottiene solamente ulteriore contrasto e chiusura. Bisogna invece mostrarsi comprensivi nei loro confronti, cercando sempre il dialogo e provando ad aiutarli a migliorare la visione profondamente negativa che hanno sviluppato nei confronti delle relazioni e della società.

Staccare internet non serve

Hikikomori e dipendenza da internet sono due condizioni molto diverse. La realtà da cui fuggono è quella del confronto sociale e del connesso rischio di mortificazione e vergogna. Tale stato di isolamento autoimposto spinge l’hikikomori a cercare rifugio nella rete e a utilizzarla come unico mezzo di contatto con il mondo esterno. L’eventuale abuso di internet è, dunque, una conseguenza dell’isolamento e non una causa scatenante. Impedire loro di usare la rete significa condannarli a un isolamento totale.

Hikikomori e la propensione al suicidio

La condizione del ritiro sociale volontario non è necessariamente un fattore di rischio per la propensione al suicidio, anzi, può costituire una difesa messa in atto dal ragazzo per allontanare pensieri di autodistruzione. Tuttavia il ritiro volontario, se prolungato e non riconosciuto e affrontato
può consolidarsi e portare a conseguenze di tipo psicopatologico. Per questi motivi è importante fare informazione corretta presso famiglie, operatori, istituzioni e riconoscere il fenomeno sin dai suoi esordi per intervenire e abbassare il livello di pressione e di conflittualità.

Il fenomeno in Italia

Nel nostro Paese l’Associazione Hikikomori Italia Genitori, nata nel giugno 2017 all’interno del progetto Hikikomori Italia, è riuscita a molte centinaia di famiglie e dalla sua creazione ha attivato diverse iniziative per fronteggiare il ritiro sociale. Ad esempio organizza incontri gratuiti di supporto per genitori in presenza di uno psicologo. Moltissimi casi di associati testimoniano come il tipo di approccio di buone prassi adottato dall’associazione stia ottenendo risultati incoraggianti nel miglioramento della comunicazione tra hikikomori e genitori e nel graduale riavvicinamento dei ragazzi alla società.

Carlo Saccomando

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