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Italia Digitale: un iceberg con una marea di problemi sommersi. Che fare?

Per quanto riguarda il processo di digitalizzazione l'Italia si colloca al 25esimo posto tra i 28 Paesi dell'Unione europea.

Le soluzioni ai problemi di oggi alimenteranno i problemi di domani, come conseguenza causata dall’automazione e dalla disintermediazione che i nuovi occupati, i nativi digitali, avranno contribuito a implementare. Quella che vediamo oggi è solo la punta dell’iceberg. Le generazioni future si troveranno dinanzi l’intero iceberg, e dovranno esplorare soluzioni ben più difficili di quelle descritte in questo libro. A ogni modo, qualunque sarà il corso degli eventi, una soluzione verrà trovata. Poiché (come l’esperienza ha insegnato all’autore) ogni problema reca “sempre” in sé la propria soluzione”.

Sono parole tratte dal libro “L’economista in camice” pubblicato da Aracne in febbraio 2019. Ma sembrano parole scritte tanti anni fa. Quell’iceberg digitale che sta venendo incontro all’Italia è di imponenti dimensioni e investirà le generazioni presenti (più che quelle future) del tutto impreparate ad affrontare i cambiamenti economici e sociali che il Covid-19 ha imposto su scala nazionale, ed anche mondiale.

Che il digitale sia un problema per l’Italia lo rivela l’indice Desi (l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società) che colloca l’Italia al 25° posto (appena prima di Romania, Grecia e Bulgaria) su 28 Paesi della Unione europea (considerando ancora il Regno Unito). La spinta verso la digitalizzazione impressa dal Covid-19, per esempio con lo smart working e la teledidattica, richiede di dover colmare il gap digitale.

Il digitale è un problema per le imprese, che per essere competitive dovranno investire in tecnologie e organizzazione con una forza lavoro in esubero (perché obbligati dal governo a non licenziare) e con una forza lavoro non proprio giovane e poco propensa ad adottare nuove procedure in ambito lavorativo.

italia digitale

Il digitale è in problema per i lavoratori a causa della sempre maggiore diffusione delle tecnologie rivolte all’automazione e alla disintermediazione. Già si affacciano sul mondo del lavoro robot infermieri, robot camerieri, robot postini. La diffusione dei servizi digitali (soprattutto quelli bancari e postali) ha trovato terreno fertile durante il lockdown. Tale forma di servizi fai da te, resi possibili dalla disintermediazione digitale, continuerà a diffondersi, creando nuovi esuberi in quelle aziende che ricorreranno ai servizi digitali, perché il carico di lavoro verrà trasferito dal dipendente al cliente.

Il digitale è un problema per lo Stato, che dovrà trovare la quadra tra il Piano Digitalizzazione PA (previsto dal Piano rilancio), i fondi europei (da impiegare per attuare il Piano di Digitalizzazione), la semplificazione della burocrazia (per superare la “paura di firmare” e poter utilizzare i fondi europei), il “proteggere le opere pubbliche dalle mire della criminalità organizzata” (come ha evidenziato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen).

I problemi da superare sono davvero enormi. Tali problemi non potranno essere risolti abbassando le tasse o diminuendo l’Iva come il governo intenderebbe fare. Ciò non aiuterebbe a stimolare i consumi: ogni euro in più che arriverebbe nelle tasche dei consumatori non verrebbe speso ma verrebbe risparmiato per fare fronte alle incertezze lavorative visti i tempi che stiamo attraversando. La riduzione dell’Iva potrebbe servire per risparmiare sulle bollette, questo sì. Ma è davvero ben poca cosa rispetto alla necessità di creare lavoro, che è l’obiettivo primario di ogni Stato.

Cosa dovrebbe fare il governo? Semplicemente quello che Keynes suggerirebbe di fare quando cala la domanda effettiva: scavare buche e riempire buche per creare lavoro e quindi aumentare la domanda e di conseguenza l’offerta. Si potrebbe anche dire “rompere strade e riparare strade” in modo che al passaggio delle auto venga prodotta energia elettrica. Insomma, bisogna creare lavoro al fine di stimolare i consumi, la produzione, gli investimenti e quindi l’occupazione. Il Piano c’è, i fondi pure, basterebbe lasciare andare in pensione i sessantenni (che non consumerebbero di più anche se si abbassasse l’Iva) e far lavorare i trentenni (che comincerebbero a consumare anche con l’Iva invariata).

Solo così si potrà costruire l’Italia Digitale, in accordo con le indicazioni della Ue e compatibile con lo Stato sociale, una società fondata su un patto tra generazioni che non neghi pensioni e opportunità ai giovani.

Claudio Maria Perfetto

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