DAL MONDO

L’addio di Bercow “mister order” alla Camera prima della chiusura

LONDRA. La Camera inglese ha vissuto momenti di commozione con l’addio di Bercow – battitore libero proveniente dai banchi conservatori e divenuto universalmente noto in questi mesi di dibattiti per i pittoreschi e perentori richiami alle regole al grido “order, ordeeeer!” – ha avuto toni polemici e momenti molto emotivi. Con lo stesso speaker sull’orlo delle lacrime quando nel suo statement si è rivolto alla moglie Sally e ai familiari presenti in galleria. Uno statement accompagnato dalle ovazioni esibite in piedi delle opposizioni e da tutti i contestatori di BoJo, in stridente contrasto con i volti scuri di buona parte dei rappresentanti del governo. Bercow ha rivendicato di essere stato il difensore dei diritti dell’aula e dei ‘backbenchers’, i deputati semplici delle retrovie, non senza ricordare i 10 anni da speaker come “l’onore e il privilegio più grande”.

addio Bercow

Replicando indirettamente a chi lo ha accusato di aver favorito in alcune occasioni il fronte anti-Brexit, ha quindi sostenuto d’aver sempre e solo protetto il ruolo della Camera: “I parlamentari non sono delegati, ma rappresentanti del popolo. Degradare il Parlamento è un pericolo”, ha ammonito. Parole salutate dal tributo trionfale incassato dal leader laburista Jeremy Corbyn (che lo ha esaltato come “uno speaker superbo” e riformatore, ringraziandolo per aver reso “più forti il Parlamento e la democrazia”), da una sfilata di esponenti d’opposizione e da Tory ed ex Tory ostili a Johnson. Oltre che dall’omaggio più manierato, per quanto cavalleresco, del ministro Michael Gove a nome dell’esecutivo; e dalla frecciata velenosa via Twitter di almeno un avversario a viso aperto, l’euroscettico Nigel Farage (“bene che ce ne liberiamo”). Le dimissioni, ha spiegato il presidente ormai uscente dell’assemblea, diverranno esecutive non appena la Camera darà il suo ok al voto anticipato. E comunque al più tardi il 31 ottobre, alla scadenza del giorno X sulla Brexit. Una scelta di tempo che taglia fuori il gabinetto, al momento privo di maggioranza, sull’elezione immediata d’un successore. Ma anche una mossa che evidenzia il clima di scontro e la pressione crescente su Johnson, bloccato nella corsa verso le urne dal muro delle opposizioni.

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