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Omicidio Lidia Macchi, in aula Stefano Binda già condannato nel 2018

MILANO. È iniziato nell’aula della Corte d’Assise d’appello di Milano il processo di secondo grado a Stefano Binda, 51 anni, condannato nell’aprile 2018 dalla Corte d’Assise di Varese all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco a Cittiglio, nel Varesotto. In aula sono presenti l’imputato, occhiali neri e giacca grigia, che si è sempre detto innocente, e anche la madre e il fratello di Lidia, a fianco al loro legale Daniele Pizzi. Oggi la difesa, con gli avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito, presenterà le sue richieste di riapertura del processo (nuove perizie e testimonianze) e poi i giudici (presidente Ivana Caputo) decideranno sulle istanze. Anche il sostituto pg Gemma Gualdi ha fatto appello perché, malgrado Binda sia stato condannato al massimo della pena, venga riconosciuta anche l’aggravante dei motivi abietti e futili, caduta in primo grado.

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Infatti in manette finì il 50enne di Trebbia, ex compagno di liceo di Lidia e membro assieme a lei del movimento di Comunione e Liberazione e che già a 16 anni era dipendente dall’eroina. Prima dell’assassinio della studentessa, i due erano molto amici e frequentavano la stessa cerchia di conoscenti. A tradirlo, secondo l’accusa della procura generale di Milano, è la perizia grafologica che lo ha indicato come autore di “In morte di un’amica”, componimento in versi recapitato alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali di Lidia, che contiene una descrizione della scena del delitto e che per questo è stato immediatamente attribuito dagli inquirenti all’assassino della studentessa. Fu Patrizia Bianchi, poi sentita come testimone chiave nel processo di Varese, a notare una notevole somiglianza tra la grafia del componimento (pubblicato nella sua forma manoscritta da un giornale locale) e quella di alcune cartoline che le erano state inviate da Binda in gioventù. Insospettita, la donna consegnò le quattro cartoline agli inquirenti della squadra mobile di Varese. Chi le scrisse, stabilì la successiva consulenza grafologica, è la stessa persona che vergò il componimento. Vale a dire il killer di Lidia. Il processo contro Binda prese il via nell’aprile 2017 con un colpo di scena. Durante la prima udienza, infatti, i difensori annunciarono di aver saputo che un avvocato di Brescia aveva ricevuto mandato da un uomo misterioso che rivendicava la paternità del componimento. Il legale bresciano Piergiorgio Vittorini fu poi ascoltato in aula come testimone, ma decise di trincerarsi dietro il segreto professionale: “So chi ha scritto quella lettera, ma non posso rivelarne il nome”. Per l’accusa, oltre alla consulenza grafologica, sono anche altri gli indizi contro l’imputato. Come il libro e la cartolina sequestrati nella sua abitazione che conteneva lo stesso simbolo, un cerchio attraversato da una riga, vergato in calce al componimento “In morte di un’amica”. O come il foglietto con scritto a mano “Stefano barbaro assassino” ritrovato su una sua agenda dell’anno 1986. E ancora, la Smemoranda del 1989 intestata, in prima pagina, a “Binda Stefano che però si è pentito”. Infine i testimoni ascoltati nel processo che hanno riferito di aver notato una berlina chiara, simile a quella all’epoca posseduta da Binda, posteggiata la sera del delitto davanti all’ospedale di Cittiglio, dove Lidia si era recata per visitare un’amica ricoverata. Tutti indizi ma nessuna prova secondo i difensori di Binda, il quale sin dal giorno dell’arresto ha sempre respinto ogni accusa proclamando la sua innocenza. Interrogato in aula, il 50enne aveva negato di essere l’autore della poesia attribuita al killer ribadendo il suo alibi: “In quei giorni ero in vacanza a Pragelato, ma non ricordo chi fosse con me”. A scagionarlo, secondo i suoi difensori, è però soprattutto un elemento: i quattro capelli ritrovati sui resti della vittima dopo la riesumazione del cadavere disposta nel marzo 2016 per nuovi accertamenti. Capelli, hanno stabilito i periti del Tribunale di Varese, che non sono riconducibili né a Lidia né ai suoi parenti. E che soprattutto non appartengono a Binda. Per la difesa, era la prova della sua innocenza. Secondo l’accusa, invece, sarebbero di una persona che non ha nulla a che fare con il delitto e potrebbero essere la conseguenza di una “contaminazione” probabilmente da parte di chi si era recato alla camera ardente nei giorni precedenti ai funerali e aveva toccato il corpo della studentessa per un ultimo addio.

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