DAL MONDO

Westminster chiuso per 5 settimane, piazza in ebollizione

LONDRA. Se Boris Johnson voleva animare la fine di agosto nel Regno Unito c’è riuscito alla grande.A precipizio verso la Brexit, deal o no deal, senza l’impaccio del Parlamento. Boris Johnson infatto innesca la bomba del conflitto costituzionale in Gran Bretagna, strappando alla regina il via libera alla sospensione dei lavori di Westminster per 5 settimane, a partire dal 9 settembre, in modo da ridurre ai minimi termini gli spazi residui a disposizione dei deputati ostili a un divorzio hard per frenare la corsa del governo di Sua Maestà verso un’uscita dall’Ue costi quel costi alla scadenza tassativa della proroga del 31 ottobre. La mossa del premier Tory, evocata a più riprese negli ultimi tempi, è deflagrata oggi a Camere chiuse per la pausa estiva, ma ha scatenato comunque un putiferio politico e di piazza. Non senza riaccendere le paure del business certificate dal nuovo scivolone della sterlina.

Sulla carta si tratta di un’iniziativa ordinaria dell’esecutivo. Iniziativa che la 93enne Elisabetta II, ligia da sempre alla forme e ai limiti d’una monarchia costituzionale, non ha potuto far altro che approvare di prassi sulla base del “suggerimento” (advice) ricevuto per telefono dal primo ministro. E su cui ha apposto infine la sua scontata firma nel castello scozzese di Balmoral, malgrado gli appelli e le richieste d’incontri urgenti ricevute dal capo dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, e da quella liberaldemocratica, Jo Swinson; o ancora la petizione popolare di protesta capace in poche ore di raccogliere oltre un milione di firme sul web. La regina non poteva opporsi per consuetudine alla richiesta legittima del premier e leggerà il programma scritto dal governo il 14 ottobre nel suo Queen’s speech, inaugurando la nuova sessione parlamentare.  Il problema è che tutti i partiti del Parlamento concordano solo su come non fare la Brexit e finora si sono limitati a bocciare qualsiasi proposta, compreso l’accordo siglato da May con la Commissione europea, rigettato tre volte dall’Aula. Fin dal primo giorno della campagna elettorale per diventare leader del partito conservatore Johnson ha chiarito, salvo poi smentire, che avrebbe fatto di tutto pur di non rimanere ostaggio del Parlamento. Non a caso la sua mossa è avvenuta il giorno dopo in cui le opposizioni si erano messe d’accordo per fare una legge che spostasse la scadenza della Brexit oltre il 31 ottobre. Frattanto la corte scozzese di Edimburgo ha rigettato un primo ricorso contro la decisione del premier Boris Johnson di sospendere il Parlamento britannico. Altri due ricorsi sono da esaminare, uno presentato nell’Irlanda del Nord, un altro a Londra, sul quale anche l’ex premier John Major punta a piazzare il proprio sostegno.

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