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Decreto Rilancio tra il dire e il fare: cosa lo blocca e come sbloccarlo

2° parte (clicca qui per leggere la prima parte)

In marzo 2020, per far fronte alla crisi economica generata dalla pandemia da Coronavirus, la Bce ha lanciato il Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp), il Quantitative easing da 750 miliardi di euro. C’è da attendersi che il Pepp, come già accaduto col Pspp, non sarà efficace. La inefficacia del Pspp (ovvero del Quantitative easing) è dimostrata non solo dal fatto che non arrivava liquidità all’economia reale (famiglie e imprese) ma anche, proprio per questo, dal fatto che l’inflazione non si avvicinava all’obiettivo del sotto-ma-vicino al 2% della Bce, cosa che, stando alla Teoria Quantitativa della Moneta, sarebbe dovuta avvenire, essendo la produzione reale stazionaria (cioè costante nel tempo).

È prevedibile che oggi come allora potrà esserci difficoltà a fare arrivare liquidità a famiglie e imprese in quanto le banche si trovano oggi a dover fronteggiare gli stessi problemi (anzi, addirittura peggiori) del 2007-2008: oggi le famiglie non possono pagare i mutui perché sono rimaste senza lavoro, e le imprese non potranno restituire i prestiti perché sono rimaste senza attività. Stando così le cose, le banche saranno restie ad erogare prestiti, anche se questi verranno coperti al 100% da garanzie dello Stato (il termine “garanzie” non vuol dire “risarcimenti immediati” alle banche nel caso le imprese debitrici si rivelassero insolventi, e quindi le banche potranno trovarsi ad essere esposte come lo furono nel 2007-2008).

Decreto Rilancio cosa blocca

Il decreto Rilancio stanzia 55 miliardi per il sostegno a famiglie e imprese, e per la ripresa economica. Nel decreto si trovano misure come: reddito di emergenza da 400 a 800 euro a seconda del nucleo famigliare, e bonus da 500 euro per colf e badanti (erogati dall’Inps); contributi a fondo perduto a favore di piccoli negozi e di titolari di partita IVA (erogati dal’Inps); prestiti a imprese con fatturato oltre 50 milioni di euro (erogati dalla Cassa depositi e prestiti – Cdp). Col decreto Rilancio ci si aspetta che altra liquidità venga erogata a famiglie e imprese dalle banche. Ma, per le ragioni viste prima, sarà difficile poter contare sull’intervento delle banche. Servirà adottare un’altra strategia per fare arrivare liquidità a famiglie e imprese, una strategia in grado di sbloccare il decreto Rilancio Italia.

Lo Stato dovrà adottare per la sua politica fiscale la stessa strategia che la Bce adottò nel 2012 per la propria politica monetaria. La Bce, dopo aver abbassato i tassi di interesse quasi a zero, immise liquidità nell’economia attraverso il Quantitative easing. Similmente, lo Stato dovrà ridurre le tasse (ma certamente non a zero) e immettere liquidità nell’economia attraverso, per esempio, un Fondo Prestiti, o un “Digital Recovery Fund Italia” (gemello del Recovery Fund Europeo). Questa immissione di liquidità nell’economia reale da parte dello Stato già avviene attraverso i prestiti che vengono erogati dalla Cdp e attraverso i sussidi a fondo perduto che vengono erogati dall’Inps, ma in quantità ancora insufficiente, ed è per questo che lo Stato deve chiedere alle banche di intervenire per far pervenire liquidità alle famiglie e alle imprese.

La condizione ideale per lo Stato sarà quella di poter contare sulla disponibilità di liquidità senza dover contrarre prestiti (né da Bce, né da Mes, né con Recovery Fund, né con BTP). Potrà essere fatto con la patrimoniale applicata al patrimonio dello Stato, ovvero ai beni immobili dello Stato (il cui valore viene stimato attorno ai 340 miliardi di euro). Trasformando in “liquidità digitale” il patrimonio immobiliare dello Stato, e quindi in “moneta digitale” di Stato, il governo riuscirà attraverso i propri canali (Cdp e Inps) a far pervenire liquidità esprimibile in moneta digitale (equivalente all’euro) a famiglie e imprese (al fine di pagare anche imposte, tasse, tributi ai comuni che oggi si trovano in forte deficit – sempre in moneta digitale di Stato).

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e il premier Giuseppe Conte.

I beni immobili dello Stato rimarranno in Italia, la moneta digitale di Stato circolerà solo in Italia e parallelamente all’euro, sarà agganciata a risorse reali e quindi, essendo in quantità limitata, non genererà inflazione, avrà lo stesso valore dell’euro, non sentirà il peso del giudizio delle Agenzie di rating, non sarà soggetta a speculazioni finanziarie pilotate attraverso lo spread, non vi sarà esportazione di capitali all’estero, non vi sarà evasione fiscale perché le transazioni verranno tracciate automaticamente, le famiglie potranno comprare pane e pasta e pagare affitti e bollette come pure le imprese (essendo queste le cose, realisticamente parlando, di cui hanno soprattutto bisogno le famiglie e le imprese).

È importante oggi, ancor più di prima, mettere l’economia reale (famiglie, imprese, lavoro, occupazione, consumi, produzione) al riparo dagli effetti devastanti che l’economia finanziaria (banche di investimento, istituti di credito, investitori speculativi) può esercitare sull’economia reale (vedi la crisi finanziaria a livello mondiale del 2007-2008).

Di cosa ha bisogno in sintesi lo Stato italiano per garantire all’Italia il rilancio, e ai suoi partner europei rassicurazione sui conti pubblici? Lo Stato ha bisogno di ridurre drasticamente la catena di intermediazione Stato-banche-imprese e Stato-banche-famiglie evitando di passare attraverso le banche per trasferire liquidità a imprese e famiglie; lo Stato ha bisogno, soprattutto, di evitare di chiedere prestiti. Perché, come un lettore ha acutamente osservato, “insistere a spendere soldi che non abbiamo ci ha portato a dipendere dall’Europa per non fallire dalla sera alla mattina”.

Claudio Maria Perfetto

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