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Il fratello di Emanuela Orlandi: “Non rinunceremo mai alla verità”

ROMA. Sono passati ben 33 anni da quella tragica giornata del 22 giugno, quando la giovane Emanuela Orlandi fu rapita nello Stato del Vaticano, lasciando alla famiglia un vuoto incolmabile e l’Italia tutta nel terrore. Tante le ipotesi, le teorie e le ricostruzioni tentate dagli inquirenti, così come le dichiarazioni – alcune delle quali smentite negli anni – di persone che a vario titolo hanno voluto dire la loro sul caso. “Non rinunceremo mai alla verità”. Lo dice Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la ragazzina figlia di un dipendente vaticano scomparsa 36 anni fa a Roma, manifestando al sit-in promosso dai familiari e dagli amici in piazza Sant’Apollinare, proprio il luogo dove Emanuela fu vista per l’ultima volta il 22 giugno del 1983. Orlandi, con al collo il cartellone con la foto-simbolo di Emanuela, risponde ad alcune domande dell’ANSA. 

Dopo 35 anni e l’archiviazione dell’inchiesta della Procura di Roma, la storia di Emanuela è ancora apertissima. Ma solidi sono i muri che si alzano di fronte ad ogni possibilità di far luce sulla sua fine. L’ultimo è tutto italiano, e inspiegabile. La mancata autorizzazione alla avvocatessa della famiglia Orlandi del permesso per incontrare Pippò Calò, ex cassiere di Cosa Nostra, detenuto nel carcere di Opera in regime di 41 bis, che due mesi fa si era detto disposto a parlare della scomparsa di Emanuela. Una voce per nulla marginale quella di Calò, dato che negli anni Settanta e Ottanta era lui, per conto di Cosa Nostra, a trattare con lo Ior, la banca vaticana gestita da Paul Marcinkus, il discusso monsignore che faceva affari sporchi con esponenti del crimine organizzato (a cominciare dalla Banda della Magliana) e della finanza corrotta legata alla P2 (come il presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, poi “suicidato” sotto al ponte dei Frati Neri di Londra con una corda al collo e due mattoni in tasca).

 “Ancora non mi dicono nulla però da dirmi ok, ‘la prossima settimana ti convochiamo e verbalizzi tutto quello che vuoi dire’, a non dare più un cenno in questi ultimi due mesi, non vorrei essermi ritrovato di fronte al solito muro di gomma”, afferma a proposito della risposta che ha ricevuto dal Vaticano dopo la presentazione, insieme all’avvocato della famiglia, di diverse istanze, tra cui quella per l’apertura di una tomba sospetta nel Collegio Teutonico, una istituzione che si trova all’interno del Vaticano che ospita anche un cimitero.

“Addirittura dopo 26 anni – spiega Orlandi – il Vaticano ha aperto una inchiesta, o così pare. Io ho sempre dato la massima fiducia, ma è tornato il silenzio imbarazzante. Spero stiano facendo qualcosa”.  “Nell’ultima istanza – continua – abbiamo chiesto questa inchiesta per tutte le incongruenze di questi anni e che venisse ascoltato il magistrato Giancarlo Capaldo. Sulla presunta tomba, noi abbiamo fatto un’istanza non perché ci fossero lettere anonime, noi abbiamo avuto diverse segnalazioni interne, altrimenti non lo avremmo fatto. Nell’ultimo incontro, di due mesi fa, ci hanno detto ‘va bene, cominciamo a fare qualcosa’. Ma non si è mosso nulla. Anche il cardinale Tarcisio Bertone, ex segretario di stato, ci ha detto che lui è pronto ad essere ascoltato”. Orlandi rivela anche che Capaldo, l’uomo della procura di Roma che si è occupato delle indagini e intavolò uan sorta di trattativa col Vaticano, è disponibile a farsi ascoltare in Vaticano: “Capaldo una delle prime cose che mi ha detto – spiega – è stata: se mi chiamano, io vado, e dico tutto quello che mi è stato detto in quell’incontro e con chi ho parlato in quell’incontro”. 

“La mia speranza è di essere ascoltato – aggiunge -, io non sono mai stato verbalizzato da nessuno in 36 anni. Non mi hanno mai nemmeno interrogato in procura nell’83”. “Sono stato molto deluso dal Papa in questa vicenda – dice infine – dico quello che penso, perché all’inizio ero molto contento, un Papa diverso che forse può aprire quella porta e abbattere quel muro di omertà. Da quando il Papa mi ha detto, ‘Emanuela sta in cielo'” in un incontro pubblico “io ho fatto richieste su richieste, anche per un incontro privato e per capire il perché di quella frase. Invece il muro si è alzato più di prima. Da parte sua c’è chiusura totale su questa storia, me lo ha detto anche il segretario di stato Parolin, nonostante io sia convinto che lui sa quello che è successo”.

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