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“Era mio padre”, la commovente riflessione di Gabriele Corsi sulle vittime del Coronavirus

Le parole sono dedicate alle vittime del Coronavirus e sono state lette dal famoso presentatore, nonché componente del Trio Medusa, questa mattina nel corso del programma "Chiamate Roma Triuno Triuno" in onda su Radio Deejay.

Gabriele Corsi ha dedicato una commovente riflessione alle vittime dell’epidemia e al dolore straziante provato dalle loro famiglie e dai più cari amici. Parole emozionati che il conduttore ha ieri ha pubblicato in un post condiviso sui social e che questa mattina ha letto durante la trasmissione “Chiamate Roma Triuno Triuno” in onda dal lunedì al venerdì, dalle 7 alle 9, su Radio Deejay.

Parole che ci esortano ad una riflessione attenta, in questo momento di grave emergenza sanitaria, e ci suggeriscono che siamo responsabili del destino di ogni singola persona, anche se fino a ieri li abbiamo considerati degli “estranei“. L’invito di Gabriele è quello di considerare gli “estranei” come nostri “padri, madri, zii, nonni” perché se commettiamo l’errore di pensare che coloro i quali sono morti a causa di questa pandemia è perché ‘sono vecchi‘, oppure perché ‘erano già malati‘, o addirittura ‘ne muoiono molti di più per altre cause‘, vuol dire tutto questo non ci ha davvero insegnato niente.

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Il Trio Medusa: da sinistra Furio Corsetti, Giorgio Daviddi e Gabriele Corsi (Twitter)

Le parole di Gabriele Corsi

Era mio padre.
Quello della foto un po’ sfocata nei necrologi di ieri.
Era mio padre.
Lo ricordo con una barba nera nera che mi insegnava a dare calci a un pallone nel parco sotto casa.
Era mia madre.
Quella signora elegante morta da sola in ospedale perché non si poteva entrare.
Il dolore più grande. Lei. Da sola.
Era mia madre.
Che mi faceva posto nel letto grande quando avevo la febbre e mi sembrava, sempre, l’unica cura possibile.
Era mio zio.
Quel signore con gli occhiali che se n’è andato tra i tanti ieri.
Era mio zio.
Lo stesso che mi portava a giocare con i modellini di aerei e mi faceva volare restando con i piedi a terra.
Era mia zia.
La signora senza foto. Solo data di nascita e di morte.
Era mia zia.
Perché non possiamo neanche andare a casa sua a cercare una polaroid che la ritragga. Lei che a Natale mi ha regalato la prima macchina fotografica.
Erano mio padre.
Erano mia madre.
Erano i miei zii, i miei vicini, i genitori, i parenti dei miei amici.
Quelli che, adesso, non possiamo piangere.
Quelli che, adesso, non possiamo abbracciarci per lenire il dolore. Quelli che tu non sai chi sono.
Ma io sì.
Quelli che, per qualcuno, sono “muoiono solo i vecchi”, “sì, ma erano già malati”, “ne muoiono molti di più per altre cause”.
E, se sei tra quelli, vuol dire che questo, tutto questo, non ti ha davvero insegnato niente.

Carlo Saccomando

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