Il rapper attacca il lavoro de “Lo Stato delle Cose”, il conduttore gli restituisce il termine riferendolo alle sue frequentazioni. Dietro le frasi più dure restano le contestazioni sul montaggio e la difesa delle inchieste televisive.
“Feccia”. È la parola che trasforma il contrasto tra Fedez e Massimo Giletti in uno scontro frontale. Il rapper la usa per attaccare il lavoro del conduttore e del suo programma; il giornalista la riprende e la rivolge alle persone frequentate dall’artista. Un termine sprezzante diventa così il centro di una polemica che passa dalle anticipazioni social alla prima serata televisiva.
Fedez afferma che “Giletti fa feccia”. Nella puntata del 26 ottobre de Lo Stato delle Cose, su Rai 3, il conduttore ribatte: “Io posso fare feccia, ma tu la feccia la frequenti”. Le due frasi racchiudono la durezza del confronto, ma colpiscono bersagli differenti: il lavoro giornalistico da una parte, le relazioni personali dall’altra.
L’episodio nasce da un incontro per strada con un inviato della trasmissione. A Fedez viene chiesto di intervenire sul dibattito seguito ai disordini di Milano e sul botta e risposta con Marracash. Il cantante rifiuta di affrontare il tema con quella redazione e spiega la propria ostilità verso il programma.
Nel mirino mette le precedenti ricostruzioni che lo hanno riguardato e il modo in cui ritiene di essere stato rappresentato. La contestazione investe quindi la selezione delle informazioni, il contesto e il trattamento delle sue dichiarazioni. Sono obiezioni che Fedez accompagna con un attacco al metodo professionale di Giletti.
La parola “feccia” finisce però per imporsi su tutto il resto. È breve, aggressiva e immediatamente riconoscibile: si presta a essere ripresa nei titoli e nelle clip. Il risultato è che la critica al programma rischia di essere ricordata soprattutto attraverso il suo passaggio più offensivo.
Fedez anticipa anche il timore che venga isolata proprio quella frase, lasciando sullo sfondo le spiegazioni che la accompagnano. È un punto centrale della sua protesta: il rapper contesta il modo in cui le proprie parole potrebbero arrivare al pubblico.
Questo timore non dimostra, da solo, che sia avvenuta una manipolazione. Per verificarla servirebbe confrontare il materiale completo con le versioni trasmesse e pubblicate. Tuttavia, chiarisce perché lo scontro non possa essere raccontato soltanto come un rifiuto di rispondere alle domande.
Chi pronuncia un’offesa rimane responsabile della propria scelta di linguaggio. Allo stesso tempo, riportare soltanto l’offesa può rendere meno comprensibile l’origine del contrasto. Un racconto completo deve tenere insieme entrambi gli aspetti, senza trasformare la posizione di uno dei protagonisti in una verità già accertata.
Giletti risponde prima attraverso un’anticipazione social, poi direttamente dal proprio studio televisivo. Riprende il termine del rapper e lo restituisce con una frase costruita sullo stesso attacco. Il cambio di bersaglio è netto: dalla qualità dei contenuti alle frequentazioni di Fedez.
Durante la trasmissione il conduttore mostra una fotografia del cantante con Christian Rosiello e Alex Cologno. Richiama inoltre i rapporti con Luca Lucci e difende gli approfondimenti realizzati su quelle relazioni. La sua posizione è che il lavoro d’inchiesta abbia portato a elementi sui quali fosse legittimo informare il pubblico.
La forza della replica non elimina però la necessità delle distinzioni. Una fotografia documenta una presenza insieme; contatti e conversazioni possono avere interesse giornalistico. Le responsabilità penali restano personali e non si trasferiscono attraverso una conoscenza. Fedez non risulta essere stato indagato nell’inchiesta Doppia Curva: un elemento che va mantenuto chiaro quando si richiamano quelle vicende.
A sostegno del proprio lavoro, Giletti richiama anche l’archiviazione del procedimento per diffamazione nato dalla querela di Fedez contro di lui e contro i giornalisti Moreno Pisto ed Enrico Lupino. Il procedimento riguardava servizi del marzo 2025 dedicati ai rapporti del rapper con Lucci.
Le ricostruzioni pubblicate riferiscono che il giudice ha riconosciuto il legittimo esercizio del diritto di cronaca per quei servizi. È un elemento rilevante nella controversia, ma va descritto nel suo perimetro: riguarda contenuti specifici e non equivale a una condanna del cantante.
Il provvedimento, secondo le cronache, risale al 26 maggio ed è tornato al centro dell’attenzione durante la polemica di ottobre. Anche questa sequenza conta. La decisione giudiziaria e il suo utilizzo nel confronto televisivo sono due momenti diversi della vicenda.
Il botta e risposta funziona sul piano televisivo perché ripete la stessa parola e ne rovescia il destinatario. Sul piano dei contenuti, però, lascia aperte questioni differenti. Fedez contesta come viene raccontato; Giletti insiste sulla rilevanza delle relazioni raccontate.
Le due posizioni possono essere esaminate separatamente. L’interesse pubblico di una notizia non esonera dal presentarla con precisione. La critica al modo in cui una notizia viene confezionata non rende automaticamente irrilevanti i fatti sui quali si basa.
È qui che il confronto potrebbe diventare più utile. Alle obiezioni sul montaggio servono risposte sul montaggio; alle domande sui contatti documentati servono spiegazioni su quei contatti. La ripetizione di “feccia” alza il tono, ma non risolve nessuno dei due punti.
La polemica mostra anche come i diversi mezzi si alimentino a vicenda. L’anticipazione social prepara la puntata, la risposta in studio produce nuove clip e queste tornano a circolare online. Il pubblico può incontrare una singola frase senza conoscere l’intera sequenza.
Nel confronto compare anche la possibilità di un incontro a Pulp Podcast, al quale Giletti risponde proponendo che Fedez partecipi prima alla sua trasmissione. La scelta del luogo diventa così parte della trattativa: chi conduce, chi domanda e quanto spazio viene lasciato alle risposte?
La nostra lettura è che una parte della distanza riguardi proprio la fiducia nelle regole del confronto. Per superarla servirebbero condizioni condivise e un tempo sufficiente a discutere i singoli punti. Fino ad allora, “feccia” resta la parola più visibile della vicenda, mentre le spiegazioni richiedono al pubblico uno sforzo maggiore per essere ritrovate.