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L’Italia verso la digitalizzazione: ma il Paese è davvero pronto?

Gli italiani, come anche altri cittadini nel resto del mondo, stanno sperimentando giorno dopo giorno, in maniera sempre più consapevole, cosa significa vivere in una società digitale. Non significa usare Skype, Youtube, Instagram, Whatsapp, Twitter, Facebook per fare videochiamate, guardare video, condividere foto, scambiarsi messaggi, riportare pensieri, organizzare flashmob con parenti, amici, colleghi, conoscenti, sconosciuti.

Vivere in una società digitale significa lavorare, fare la spesa, effettuare bonifici, pagare le tasse, insegnare e imparare, accedere agli uffici pubblici tramite il computer. Significa lavorare con la propria azienda da casa, quando non è possibile raggiungere il proprio ufficio perché l’edificio è inagibile, o semplicemente irraggiungibile perché confinati in casa dalla pandemia.

Significa collegarsi con il supermercato per selezionare i prodotti che verranno ritirati all’uscita dall’ufficio, o per farsi recapitare la spesa a domicilio perché confinati in casa dalla pandemia. Significa collegarsi con la propria banca da casa per effettuare un bonifico o pagare le tasse con il modello F24 perché la banca consiglia di evitare di recarsi in filiale a seguito di restrizioni dettate dalla pandemia, o perché, semplicemente, è più comodo non muoversi da casa.

italia digitale

Significa collegarsi con i propri studenti che sono a casa, e con i propri insegnanti dalla propria casa, per spiegare una lezione, o per sostenere un esame, o per imparare un nuovo passo di danza.

Significa avere un’identità digitale con la quale accedere via internet al portale web del proprio comune per consultare il fascicolo del cittadino e scaricare il modulo per il pagamento della Tari; oppure collegarsi al portale della propria regione per consultare il fascicolo sanitario elettronico e prendere visione dei risultati di un’analisi; oppure collegarsi al portale dell’Inps per consultare il proprio cassetto previdenziale e verificare le regolarità dei contributi versati autonomamente o dai propri datori di lavoro; oppure collegarsi al portale dell’Agenzia delle Entrate per accedere al proprio cassetto fiscale e vedere le fatture elettroniche.

Questa “vita digitale”, ancora allo stato embrionale, assume connotati sempre più chiari col passare del tempo, e i cittadini assistono da spettatori, e anche da attori, alla trasformazione progressiva e irreversibile della loro vita lavorativa, famigliare, sociale. Manca ancora una cosa: l’interazione tra i cittadini e robot.

Per la verità anche i robot cominciano a entrare nella nostra comunità. Li vediamo in qualche ristorante italiano a fare il cameriere che porta il cibo ordinato dai clienti tramite tablet; li vediamo negli ospedali a lavorare come infermieri per rilevare la temperatura ai pazienti ricoverati nei reparti anti-Covid; li vediamo in qualche bar a fare il barista che amalgama gli ingredienti di un cocktail con lo shaker.

Li vedremo in Italia come recruiter (come il robot russo Vera, capace di condurre circa 50.000 interviste al giorno per conto di 200 aziende per semplificare la caccia ai nuovi candidati); come giornalisti (come il robot con intelligenza artificiale di Microsoft che sostituirà 50 giornalisti impegnati nella gestione del portale Msn); come attori (come il robot giapponese Erica con sembianze umane che sarà protagonista in un film che uscirà nel 2021).

Manca, però, ancora qualcosa in tutto ciò. In questa Italia digitale, del cui sviluppo siamo noi cittadini stessi gli artefici; in questa economia digitale, dove produciamo e consumiamo beni e servizi digitali a mezzo di tecnologie digitali, manca la componente più importante dell’economia: quella che permette lo scambio di beni e servizi digitali tra identità digitali. Manca la moneta digitale.

Alcune nazioni e istituzioni già pensano alla moneta digitale: l’Estonia con Estcoin sulla falsariga del bitcoin (ma bocciato da Draghi nel 2018), Facebook con la Libra (prevista per il 2021, ma fortemente osteggiata), la Lituania con LB Coin (una moneta da collezione, si dice, per testare la blockchain), la Bce con l’euro digitale (ancora in fase di studio), la Cina con il Cdbc (Central bank digital currency, già in fase sperimentale).

Claudio Maria Perfetto

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