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Per effetto del Coronavirus tutti gli italiani si sono riscoperti runner

Di primo acchito sembrerà molto impopolare la proposta da parte del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora di vietare tutte le attività motorie all’aperto. Tra le comunità più ostili all’applicazione di una misura così restrittiva capeggia quella dei runner: una moltitudine di persone accomunate da una irrefrenabile passione, ovvero quella di correre.

Niente di personale contro quelli autentici, quei guerrieri animati da un grande spirito di sacrificio e armati di un semplice paio di scarpe da ginnastica da anni combattono una delle sfide più dure che possano esistere, quella con se stessi.

Eppure tutto d’un tratto sembra che la maggior parte degli italiani si sia trasformato in un popolo appassionato di running: a spasso per le vie delle città, nelle piste ciclabili, lungo le sponde dei fiumi e nei parchi circola liberamente una moltitudine di corridori che prima della diffusione dell’epidemia non si era mai vista prima. Certo in molti obietteranno che oggi gli appassionati di corsa si notano molto di più in quanto da quando vige l’obbligo di non uscire di casa, se non per validi motivi, si vedono molte meno persone in giro.

coronavirus runner italiani

E a proposito di motivi strettamente necessari: quale ragione potrebbe essere più importante se non quello della cura del benessere fisico e della salute del singolo? Più che un pensiero largamente diffuso tra i runner mi sembra una considerazione alquanto egoista, l’esatto contrario di “salute pubblica” ovvero del bene comune.

Eppure mi sembra di ricordare che fino a qualche settimana fa a monopolizzare i discorsi degli appassionati di sport nostrani era prevalentemente il calcio. Certo anche la pallacanestro, la pallavolo, le arti marziali, la boxe, il tennis e chi più ne ha più ne metta, argomenti principe nelle nostre conversazioni, ma chissà per quale motivo da un giorno all’altro ci siamo svegliati tutti runner.

Come diceva Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, conosciuto ai più semplicemente come Totò, nel film I ladri del 1959, ” ‘cca nisciuno è fesso!“. Anche il commissario Gennaro Di Sapio, interpretato nella pellicola dal principe della risata, avrebbe intuito che la voglia di correre è dettata dalla voglia tipicamente italiana di aggirare le regole.

Un gruppo di carabinieri corre in città (Twitter)

Non so se l’avete notato ma in questi tempi di emergenza Coronavirus il verbo “correre” e il sostantivo “corsa” sono termini dei quali si sta abusando in maniera impropria: “è corsa ai supermercati per fare scorta di alimenti“, oppure “a Milano nel weekend è scattata la corsa ai treni” o addirittura “negli Stati Uniti scatta la corsa agli armamenti“, e potremmo citare molti altri esempi.

Le parole sono importanti, soprattutto in questo momento, e proprio per questo motivo bisognerebbe custodire questo temine e centellinarlo per le occasioni più importanti come ad esempio per “la corsa alle donazioni“, “la corsa alla solidarietà“, “la corsa verso la costruzione di nuovi ospedale“, “la corsa verso l’allestimento di nuovi posti di terapia intensiva” o “la corsa al vaccino“.

Se il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha deciso di “prendere in considerazione la possibilità di porre il divieto completo di attività all’aperto” e di ritrattare quanto suggerito dalla comunità scientifica il motivo è semplice: è colpa nostra.

Cerchiamo di compiere uno sforzo più grande di quanto siamo riusciti a fare finora e facciamo appello al nostro senso di responsabilità, perché solo quando capiremo che il bene dell’intera comunità vale di più del nostro avremo debellato il virus più potente al mondo: quello dell’egoismo.

Carlo Saccomando

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