• 20 Ottobre 2021
  • SALUTE

Picacismo, quando il mangiare è cibo non commestibile

Viene definito picacismo (o pica), ma viene anche detto allotriofagia, ed è un disturbo del comportamento alimentare che spinge la persona a mangiare cose non commestibili. Secondo quanto sostengono alcuni psicoterapeuti, si tratta di una patologia rara, per cui si hanno pochi dati certi e non vi è ancora una terapia specifica per curarla. Me negli ultimi anni il picacismo è stato evidenziato dalla scienza, soprattutto per la sua componente psichiatrica.

Il picacismo è considerata una voglia incontrollabile, regolare e che persiste ininterrottamente per almeno due mesi. Ma che cosa può ingerire una persona affetta da picacismo? Praticamente di tutto: sabbia, terra, sassi, argilla, cenere, vernici, gomma, carta, gesso, talco, saponi e detersivi, naftalina, bottoni, capelli, persino urina e feci.

È una problematica che può verificarsi in soggetti affetti da altri disturbi mentali, tra questi disturbi vi sono ad esempio l’autismo, la disabilità intellettiva e la schizofrenia. Questo comportamento deve però essere esentato in due differenti casi: nei bambini di età inferiore ai 2 anni, per loro è ritenuto normale in quanto facente parte dello sviluppo psicosensoriale, difatti mettono in bocca ogni tipo di oggetto, e nelle tradizioni rituali dovute dalla cultura di una specifica popolazione.

In genere il picacismo non provoca danni gravi alla salute, ma ciò che si ingerisce potrebbe causare delle complicanze (in particolare disturbi di stomaco ed intestino, infezioni parassitarie o avvelenamento, a seconda di ciò che viene ingerito). Può manifestarsi anche durante la gravidanza, in concomitanza con desideri incontrollati specifici; in questo caso il disturbo va curato se le sostanze assunte possono mettere a rischio la salute della donna o del bambino.

Quali sono le cause ed i sintomi del picacismo?

Come accennato in precedenza, si tratta di un disturbo raro. Gli esperti hanno però spiegato che questa problematica può essere scatenata da problemi fisici o mentali preesistenti ed è considerato, in ambito psichiatrico, sia un disturbo ossessivo-compulsivo che alimentare.

Inoltre sembra che all’origine di tale patologia vi siano anche autismo, schizofrenia e fattori psicologici. In pratica sembra essere provocato da un alterato funzionamento del cervello.

Per quanto riguarda invece le donne in gravidanza, sembra sia possibile sviluppare, nell’ultimo periodo ed in via transitoria, il picacismo per via delle famose “voglie” o per via di uno squilibrio del metabolismo, tutto in relazione ai cambiamenti ormonali della loro condizione. In tali casi i neonati potrebbero nascere sottopeso o malnutriti e presentare infezioni o intossicazioni causate da ciò che ha ingerito la madre.

A breve termine il picacismo può causare complicazioni come: soffocamento, gastrite, ulcera, infezioni, parassitosi, cattiva digestione, stipsi e malnutrizione. Ovviamente tutto a seconda della sostanza e delle quantità ingerite. Mentre a lungo termine si potrebbero presentare problematiche come: anemia, ostruzione o perforazione di stomaco od intestino e tumori, provocati da sostanze tossiche per le cellule.

Secondo gli esperti, le donne in gravidanza ed i bambini dai 3 anni in su sarebbero i soggetti più colpiti, insieme agli adulti che hanno subìto traumi o che sono affetti da malattie psichiatriche e che soffrono del disturbo per le alterazioni delle funzioni del cervello. Vi sono inoltre dei casi in cui la persona che è affetta da picacismo non si accorge di avere tale disturbo e mangia prodotti non alimentari in modo inconscio.

I sintomi principali ricollegati a tale patologia sono: perdita di peso, pallore, carenze nutrizionali e disturbi gastrointestinali.

Conseguenze e terapie

Gli esperti sostengono che poco si sa sui trattamenti specifici per questo disturbo, ma che le tecniche comportamentali aiutano le persone a disabituarsi dai comportamenti inappropriati e ad apprendere quelli opportuni.

In caso di carenze dell’organismo è sufficiente integrare nella propria dieta i nutrienti mancanti, mentre se il problema è l’anemia o la malnutrizione basterà curare la patologia di fondo per far scomparire il disturbo.

Per quanto riguarda i casi di conseguenze più gravi, come l’occlusione o la perforazione intestinale o l’avvelenamento da sostanze tossiche, bisognerà trattare con urgenza a seconda dei casi (che sia una lavanda gastrica o uno specifico intervento chirurgico).

Vi sono poi le terapie psicologiche. Il supporto psicologico è fondamentale per le donne in gravidanza affette da picacismo, il quale termina con il parto, ma durante la gestazione la “voglia” va tenuta sotto controllo, informando e guidando la donna verso una dieta corretta.

Per gli adulti con disturbo ossessivo-compulsivo è suggerita la terapia cognitivo-comportamentale, in cui si esaminano i motivi che vi sono dietro questo disturbo e con l’aiuto dello psicoterapeuta si andrà ad eliminare l’insano desiderio con esercizi e tecniche mirate.

Mentre per i pazienti psichiatrici è necessaria una cura composta da psicoterapia e da farmaci specifici, oltre ad una rieducazione ad una sana ed equilibrata alimentazione.

Infine, per i bambini affetti da picacismo sembra essere più indicata la strategia cognitivo-comportamentale che prende in considerazione i comportamenti corretti e non (premiando quelli corretti e rimproverando quelli scorretti), portandoli a vincere la voglia malsana e a cibarsi in modo corretto.

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Conclusioni

Il picacismo, seppur raro, è un disturbo inserito nel DSM-5 all’interno della categoria diagnostica dei Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Contro questo disturbo sembra non esserci un accorgimento particolare, se non quello di seguire una dieta sana ed equilibrata, per evitare delle carenze nutrizionali. Inoltre, secondo alcuni studi, la somministrazione di integratori di nutrienti riuscirebbe a ristabilire la normalità.

La diagnosi di picacismo non viene considerata qualora il comportamento appartenesse alla cultura del soggetto che ne soffre o nei bambini al di sotto dei 2 anni di età.

Nella maggior parte dei casi tale disturbo regredisce spontaneamente e, riguardo al trattamento, non ne esiste uno specifico; nel dubbio è sempre consigliato rivolgersi ad uno specialista per curare problemi fisici e psicologici.

Valeria Glaray

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Valeria Glaray

Laureata in Servizio Sociale ed iscritta alla sezione B dell’Albo degli Assistenti Sociali della Regione Piemonte. Ha un particolare interesse per gli argomenti relativi alla psicologia motivazionale e per le pratiche terapeutiche di medicina complementare ed alternativa. Amante degli animali e della natura.

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