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Quando nel Bel Paese le “case chiuse” erano aperte

Il 6 agosto del 1948 la senatrice socialista Lina Merlin  presentò il suo disegno di legge per chiudere le case di tolleranza e combattere lo sfruttamento della prostituzione.
E fu un vero tsunami per un’ Italia ancora piegata e piagata da anni di guerra, un’Italia, quella del 1948, ancora estremamente arretrata, dove le donne avevano da poco conquistato il diritto al voto e dove il ministro dell’interno Mario Scelba ha appena vietato l’uso del bikini nelle spiagge. Una moralità a 360 gradi che veniva “tutelata” anche nel mondo dell’editoria con i fumetti contrassegnati in copertina dalla sigla GM (garantiti moralmente).

Ma la socialista Merlin non si scoraggiò e diede inizio alla sua battaglia di civiltà per l’emancipazione femminile. Prende il via così, nelle aule di Camera e Senato, un lungo iter parlamentare che vedrà la sua conclusione solo nel 1958. Occorse un iter lungo diecianni per approvare una legge che ancora oggi sta suscitando opinionicontroverse. Con la sua approvazione venne eliminata ogni forma di schedatura poliziesca a cui le prostitute erano sottoposte, liberandole dall’etichetta di “criminali” che ne limitava gravemente l’esercizio dei diritti civili. In fatto di bordelli, le cittàitaliane non si facevano mancare nulla. Ci sono notizie sul meretricio inqualche modo organizzato già dai tempi di Amedo VIII. È però soprattutto a partire da Cavour che le questioni in fatto di casini assunsero connotazioni atte a strutturarle sulla base di leggi, controlli e tasse da pagare allo Stato. Dal Quadro statistico dei locali adibiti al meretricio, che corrisponde al primo censimento nazionale delle case d’appuntamento attive sul territorio nazionale (1892), apprendiamo che le “case di meretricio” sul suolo italiano – alla data in cui fu effettuata la statistica – erano 5780 e le prostitute schedate 335817: più o meno come la popolazione di una città come Torino in quel periodo. E anche le province risultavano con un numero dibordelli adeguato in rapporto agli abitanti.

La senatrice socialista Lina Merlin

Generalmente le case di livello più alto offrivano una serie di optional che ne accrescevano il prestigio: per esempio, ambienti esclusivi come i “salotti cinesi” molto in voga all’epoca che con la cornice esotica enfatizzava l’atmosfera. In alcune vi erano “pensionanti” disponibili solo in fasce orarie definite: ma erano professioniste di un certo livello, che in ragione delle loro qualità potevano imporre l’andamento del mercato. Potevano anche concedersi giorni di festa, a differenza delle altre che invece lavoravano anche nelle festività comandate, solo Natale era escluso. Spesso qualcuna delle ragazze operanti soprattutto nelle case di livello alto, diceva di aver clienti “vip”: politici, campioni sportivi, industriali, ecc. Ma quasi sempre era difficile comprendere dove effettivamente fosse la linea di demarcazione tra verità, fantasia e autopromozione.

Una delle tabelle con esposti costi e servizi

Evidentemente le “leggi e leggende” non sono mutate con il passare dei tempi…e la competizione fra professioniste è sempre ad alta tensione. Prima dell’accesso al bordello erano controllati i documenti dei “maggiorenni sospetti”, per evitare che tra le maglie della rete di controllo stesa dalla maîtresse potesse passare qualche minorenne: malgrado la cura c’era sempre qualcuno che riusciva a farla franca. C’erano anche i “furbacchioni”, pochi probabilmente e tollerati, che avevano documenti taroccati appositamente sfruttati per il casino, a diciassette anni si riusciva così a superare il cordone di controllo e ad accedere alle delizie della marchetta. C’erano poi le varie “liturgie”: giovani erano quasi sempre in gruppo e portavano un clima goliardico e festaiolo, mentre i più anziani erano soli e raramente parlavano, più che altro attenti a non incontrare persone conosciute. Comunque, per tutti, l’importante era non fare flanella… se la signora si accorgeva che i clienti “giravano a vuoto e guardavano le ragazze” senza concludere prima li incitava ad andare in camera, poi passava agli insulti e alle minacce: la principale era quella del flit…una via di mezzo fra un profumo fortissimo ed un insetticida che sanciva il termine delle titubanze ed l’invito perentorio a consumare o andarsene. Dopo le minacce (uomo avvisato mezzo salvato), la maîtresse passavainfatti all’azione: i flanellisti sapevano che presto la luce sarebbe stataspenta e avrebbe fatto la sua apparizione il tenuto flit…  

Quando leluci venivano riaccese – nel frattempo c’era stato un fuggi fuggi generale –flanellisti e perditempo si erano dileguati; purtroppo però si eranoallontanati anche quei clienti che non volevano farsi impregnare del tipicoprofumo asperso con il vaporizzatore detto appunto flit. Profumo tipico dellecase d’appuntamento. Infatti, chi si portava dietro quell’aroma aveva addossola prova olfattiva che incontestabilmente dimostrava la sua recente frequentazionedi una casa chiusa. Oggi il dibattito su case chiuse sì o no si è riaperto, e avolte in modo incandescente. Francamente una regolamentazione sarebbe più chemai necessaria. Basti guardare la vicina Svizzera, l’Olanda, la Spagna e  molti altri Paesi  che oltre a vietare il meretricio libero perstrada ne garantiscono il controllo fiscale, medico e la sicurezza e dove leragazze sono imprenditrici di se stesse. Sono molti lontani i tempi e lemotivazioni che spinsero la senatrice socialista a sostenere la battaglia perla chiusura delle case chiuse. Una battaglia che ha lasciato dietro di se unlungo strascico di polemiche, nostalgie, ma che ora ha bisogno di unarivisitazione per portarla al passo con i tempi.

Giuseppe Muri

Giornalista pubblicista dagli Anni Ottanta, si occupa di cronaca e di costume. Ha lavorato per un lungo periodo nelle redazioni di testate locali piemontesi. Appassionato di storia, ha svolto alcune inchieste legate a fatti importanti che hanno caratterizzato il Novecento italiano.

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