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Torino, mercati rionali zona rossa: battaglia persa, da giovedì chiusi i banchi non alimentari

Rabbia e sgomento sono le uniche parole che possono essere associate ai volti degli ambulanti che questa mattina hanno appreso l’esito della riunione tenutasi ieri in videoconferenza alle 17:30, in estrema sintesi potremmo dire che la battaglia è stata persa. Sul sito Fivatorino.it si legge infatti che da Giovedì 12 novembre sui mercati avranno libero accesso i SOLI banchi che vendono i generi alimentari.

Nella riunione che ha visto prendere parte le Associazioni di Categoria, il Comune di Torino e Prefettura, l’Assessore Alberto Sacco ha comunicato che, per effetto della circolare del Ministero degli interni– di cui dopo vi daremo maggiori dettagli- i non alimentari potranno svolgere la loro attività solo più oggi mercoledì 11 novembre, mentre da domani non potranno più montare i loro banchi. Ragion per cui chi si recherà al mercato da Giovedì 12 novembre potrà acquistare solo prodotti alimentari, sempre dal lunedì al sabato compreso e senza contingentamento, almeno per ora.

Al fine di mitigare gli effetti delle chiusure, la Città ha preposto che i fiorai possano svolgere l’attività alla domenica e al pomeriggio, le aree di copertura commerciale ( cioè quei gruppi di posteggi in numero massimo di sei non classificati come mercati) potranno essere invece utilizzati dai non alimentari che fanno parte dell’allegato 23, di cui vi abbiamo dato ampio dettaglio nell’articolo di ieri.

banchi non alimentari chiusi
Mercato rionale di via Cesare Pavese, Torino

A spiegare dettagliatamente le origini della scelta è stato Enrico Manfredi, l’Assessore al Commercio del Comune di Collegno. Il quale in una nota ha specificato le ragioni che hanno indotto purtroppo i Comuni a doversi attenere alla regola che stabilisce che la partecipazione ai mercati è limitata ai soli generi alimentari.

Così afferma Manfredi, rivolgendosi direttamente agli ambulanti: “Gentili operatori, la presente per informarvi che relativamente all’interpretazione dell’art 3 e dell’allegato 23 del DPCM del 3/11/2020, sono giunti i chiarimenti ai quesiti inviati dalla scrivente amministrazione, da parte del Ministero degli interni, attraverso la circolare del 7 novembre 2020 che per le zone rosse recita:

Diversamente da quanto precisato per i mercati ubicati in area gialla- il cui assunto è validi anche per quelli collocati in area arancione, considerata l’assenza di norme derogatorie al riguardo- in area rossa i mercati, sia coperti che all’aperto, sono chiusi, salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari. Il Commercio ambulante continua pertanto a essere consentito su stalli esterni alle aree mercatali o in modo itinerante per tutte le tipologie merceologiche indicate nell’allegato 23 al DPCM”.

Manfredi spiega che tale circolare risolve in modo inequivocabile il dubbio interpretativo e prevede un’applicazione restrittiva della norma stessa che impedisce decisioni comunali differenti, ragion per cui l’amministrazione comunale non può far altro, seppur a malincuore e stringendosi, in segno di vicinanza, intorno ai propri operatori, che attenersi alla stessa.

La battaglia dunque è persa, ma la guerra, potremmo dire proseguendo nella metafora, forse no, in quanto anche le associazioni di categoria faranno di tutto per sollecitare le istituzioni affinché si adottino criteri maggiormente estensivi per bilanciare da un lato le esigenze di contenimento del virus senza però dimenticare, dall’altro, gli ambulanti che vivono di quel lavoro, e dunque nutrono aspettative di equità nei loro confronti.

Mercato rionale di Corso Svizzera, Torino (Facebook)

Ciò che continua a fare stupore e la ratio che sottende al decreto: Perché nei mercati rionali delle zone rosse è impedita la vendita dei prodotti contenuti nell’allegato 23 del DPCM e dunque gli ambulanti non possono montare i propri banchi, mentre i colleghi che vendono, i medesimi prodotti, ma all’interno di un negozio hanno facoltà di aprire? Perché, dicono affranti gli operatori, fare due pesi e due misure e distruggere attività già fortemente colpite dal precedente lockdown?

Tra le varie testimonianze che abbiamo raccolto, ci teniamo a riportare quella di Davide, un ambulante che vende calze ed intimo per bambini, che ci è parsa la più completa: “Mi piacerebbe capire come questa scelta dovrebbe limitare i contagi, questa volta non ci sarà neppure il ‘divieto di concorrenza sleale’ da parte di GDO e commercio fisso. Abbiamo imminenti scadenze fiscali, di cui il Governo fa finta di non ricordare, e sulle spalle il pagamento dei fornitori, molti di noi hanno già i magazzini pieni per Natale e da domani saranno bloccati in casa. Vero che dovremmo essere inclusi nel Ristori bis, ma gli aiuti di poche centinaia di euro non bastano, la merce va pagata e si parla di cifre considerevoli”.

Proprio sulla mancanza di ratio ha puntato i piedi il Presidente di Fiva Nazionale, Giacomo Errico, audito ieri pomeriggio presso la X Commissione della Camera dei Deputati in riferimento al commercio ambulante, riportiamo qui le richieste più urgenti, di cui potete trovare riscontro anche sul sito Fivatorino.it, che ribadiscono proprio la disparità di trattamento tra mercati e commercio al dettaglio, la necessità di concedere contributi a fondo perduto e lo stop delle tasse, i dettagli:

  • Disparità di trattamento fra merceologie vietate sui mercati e ammesse altrove: “Sul piano della normativa di carattere restrittivo si chiede al Parlamento, pure in considerazione della non competenza istituzionale, di orientare il Governo circa la sproporzionalità di talune norme. Non si comprende infatti la ratio che prevede la vendita di prodotti di prima necessità (allegato 23 del DPCM 3 novembre) anche in forma ambulante meno che sui mercati coperti o scoperti che siano”;

Sul fronte della liquidità e dei ristori appare necessario:

  • prevedere gli opportuni contributi a fondo perduto per gli operatori fieristi e degli eventi sportivi e musicali attraverso una “una tantum” significativa ovvero attraverso un fondo da far gestire alle Regioni, che meglio conoscono la realtà del territorio, da corrispondersi in base al numero degli eventi non svolti ovvero in proporzione al calo di fatturato;
  • prevedere lo stesso contributo per tutti gli operatori dei mercati interessati dalle ulteriori restrizioni del DPCM 3 novembre;
  • esonerare dal pagamento del suolo pubblico anche il commercio su aree pubbliche, sia per l’occupazione temporanea sia per quella permanente, e sia in regime di Tosap che di Cosap, fino al 31 dicembre 2020;
  • sospensione totale della tassazione locale e dal versamento dei contributi previdenziali per il commercio su aree pubbliche anche per il 2021 (un anno bianco) al fine di ricostituire la liquidità necessaria alle imprese;
  • rinvio della certificazione telematica dei corrispettivi e della connessa lotteria degli scontrini al 1 gennaio 2022.
  • sospensione dell’applicazione degli studi di settore per l’anno di imposta 2020 o, quantomeno, revisione degli ISA in direzione di una maggiore tollerabilità.

Non resta che sperare che le richieste della Fiva Nazionale vengano non solo recepite ma trasformate in realtà, e che venga sanata tale discrepanza tra ambulanti e commercianti al dettaglio, entrambi hanno famiglie da dover mantenere e nulla chiedono se non di poter essere messi nelle condizioni di lavorare.

Erica Venditti

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