• 2 Novembre 2026
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Antonelli campione, l’Italia torna sul tetto del mondo dopo 73 anni

Il ventenne bolognese riporta il tricolore nell’albo d’oro della Formula 1 dopo Farina e Ascari. Un successo che premia il talento italiano e il coraggio della Mercedes, mentre riaccende il sogno di vederlo un giorno in Ferrari.

Settantatré anni sono un tempo enorme nello sport. Cambiano le macchine, i circuiti, le generazioni e persino il modo di vivere una domenica davanti alla televisione. Eppure, dal 1953, una casella era rimasta vuota: quella di un nuovo italiano campione del mondo di Formula 1. Andrea Kimi Antonelli l’ha riempita il 1° novembre 2026, trasformando il terzo posto nel Gran Premio del Messico nella vittoria più importante della sua giovane carriera.

La corsa l’ha vinta Max Verstappen, davanti a Lewis Hamilton. La giornata, però, appartiene anche al ragazzo di Bologna che, a vent’anni e 68 giorni, è diventato il più giovane campione del mondo nella storia della categoria. Per l’Italia è una soddisfazione che attraversa le appartenenze: si può tifare Ferrari e festeggiare un pilota Mercedes, perché questa volta il tricolore racconta qualcosa che supera il colore di una monoposto.

Antonelli restituisce al nostro Paese un protagonista capace di vincere il campionato più prestigioso dell’automobilismo. E ricorda quanto possa arrivare lontano un talento quando incontra preparazione, fiducia e qualcuno disposto a sostenerlo prima che il successo diventi una certezza.

Prima di lui soltanto Farina e Ascari

Nell’albo d’oro mondiale, prima di Antonelli, figuravano soltanto due piloti italiani. Il primo fu Giuseppe “Nino” Farina, torinese, vincitore nel 1950 del campionato inaugurale della Formula 1 al volante dell’Alfa Romeo. Il suo nome appartiene alle fondamenta di questo sport: fu il primo campione del mondo di una storia destinata a diventare globale.

Poi arrivò Alberto Ascari, milanese, che conquistò con la Ferrari i titoli del 1952 e del 1953. Due successi consecutivi che ne fecero il riferimento italiano della categoria e che, per oltre sette decenni, sono rimasti senza un erede nazionale. Ascari resta anche l’unico italiano ad aver vinto il Mondiale piloti con la Scuderia di Maranello.

Farina, Ascari, Antonelli: tre cognomi, quattro titoli, epoche lontanissime. L’ingresso di Kimi in questo gruppo ristretto misura il valore della sua impresa meglio di qualsiasi enfasi. Un Paese che ha continuato a costruire automobili da sogno e a produrre competenze riconosciute nel mondo ritrova finalmente anche un suo pilota sul trono della Formula 1.

Alboreto, Fisichella e gli italiani che hanno tenuto vivo il sogno

L’attesa, tuttavia, non è stata un deserto di talento. Sarebbe ingeneroso raccontare i decenni precedenti come una successione di italiani incapaci di vincere: molti hanno conquistato Gran Premi e ottenuto risultati importanti, pur senza diventare campioni del mondo di Formula 1. Le loro carriere meritano di essere ricordate proprio nel giorno in cui Antonelli completa quel percorso.

Michele Alboreto fu il volto di una speranza particolarmente intensa. Vinse cinque Gran Premi e nel 1985 concluse il Mondiale al secondo posto con la Ferrari, alle spalle di Alain Prost. Per tanti appassionati rappresentò la possibilità concreta di vedere nuovamente un italiano campione sulla Rossa. Velocità, serietà e sensibilità tecnica ne fecero un pilota rispettato ben oltre i confini del tifo.

Giancarlo Fisichella conquistò tre vittorie in Formula 1: Brasile 2003 con la Jordan, Australia 2005 e Malesia 2006 con la Renault. Quel successo malese sarebbe rimasto l’ultimo di un italiano fino all’arrivo di Antonelli sul gradino più alto del podio. Fisichella seppe poi affermarsi anche nelle gare di durata, vincendo la classe GTE Pro alla 24 Ore di Le Mans nel 2012 e nel 2014 con la Ferrari di AF Corse.

Accanto a loro trovano posto Riccardo Patrese, con sei vittorie, Elio de Angelis, vincitore due volte, Alessandro Nannini e Jarno Trulli, protagonista di un successo indimenticabile a Monaco nel 2004. Storie diverse che hanno custodito la presenza italiana in una competizione sempre più difficile da raggiungere e da conquistare.

Zanardi, un campione oltre i confini della Formula 1

Un capitolo particolare appartiene ad Alex Zanardi. In Formula 1 non arrivarono vittorie, ma definirne la carriera attraverso quella sola statistica significherebbe perderne la grandezza. Negli Stati Uniti conquistò due campionati CART consecutivi, nel 1997 e nel 1998, dimostrando di possedere qualità da campione ai massimi livelli delle monoposto americane.

La sua storia sportiva avrebbe poi assunto una dimensione ancora più ampia attraverso i successi paralimpici e la capacità di affrontare prove durissime. Zanardi ha rappresentato un’Italia tenace, competitiva e capace di ispirare: un patrimonio che nessun albo d’oro della Formula 1 potrebbe contenere interamente. Ricordarlo accanto ad Antonelli significa riconoscere le molte forme attraverso cui lo sport italiano ha saputo lasciare un segno.

Mercedes ha creduto nel ragazzo prima che diventasse campione

Il titolo di Antonelli premia anche una scelta industriale e sportiva. Mercedes lo accolse nel proprio programma giovani nell’aprile 2019, quando aveva dodici anni, accompagnandolo fino alla Formula 1 e affidandogli dal 2025 il sedile lasciato da Hamilton. Una responsabilità enorme, sostenuta da formazione, prove in pista e lavoro tecnico.

Non serve attribuire a questo percorso una cifra complessiva non pubblicamente documentata per comprenderne la portata economica. Far crescere un pilota fino alla Formula 1 richiede risorse considerevoli; metterlo al volante di una macchina di vertice richiede anche il coraggio di esporsi agli errori inevitabili della gioventù.

Toto Wolff e Mercedes hanno trasformato quella fiducia in un’opportunità concreta. La lezione interessa anche l’Italia: riconoscere un ragazzo promettente è soltanto l’inizio. Il passaggio decisivo consiste nel costruirgli intorno le condizioni per diventare ciò che può essere.

Antonelli in Ferrari: un sogno che deve ancora trovare la sua strada

È naturale che adesso una parte degli appassionati immagini Antonelli in rosso. Un campione italiano sulla Ferrari avrebbe una forza emotiva straordinaria, richiamando proprio quel legame tra pilota e scuderia che con Ascari portò agli ultimi titoli interamente tricolori.

Oggi, però, un futuro trasferimento resta un’ipotesi, non una trattativa annunciata. Perché si realizzi dovrebbero incontrarsi disponibilità contrattuale, competitività della vettura, ambizioni del pilota e volontà delle due squadre. Il fascino di Maranello potrebbe pesare, ma un campione deve valutare soprattutto dove poter continuare a vincere.

La riconoscenza verso Mercedes avrebbe certamente un valore umano e professionale. Non obbligherebbe Antonelli a restare per tutta la carriera, così come il richiamo della Ferrari non renderebbe inevitabile una partenza. Se un giorno quel passaggio dovesse diventare possibile, la Rossa dovrebbe presentargli un progetto abbastanza convincente da giustificare la separazione dalla squadra che lo ha cresciuto.

La domanda che riguarda Maranello

Qui nasce anche una critica legittima alla Ferrari: sul caso Antonelli, il coraggio di accompagnare un talento italiano fino a un sedile di vertice lo ha avuto Mercedes. Maranello può riconoscere il valore di questo percorso e interrogarsi su come offrire opportunità altrettanto concrete ai migliori giovani del nostro Paese.

Sarebbe scorretto sostenere che Ferrari non investa nella formazione: la sua Academy e il percorso di Charles Leclerc dimostrano il contrario. La questione riguarda piuttosto la capacità di individuare e portare fino alla squadra ufficiale anche un italiano con prospettive da campione. Antonelli rende questa domanda più urgente e più visibile.

Intanto, l’Italia può godersi una gioia attesa per 73 anni. Dopo Farina e Ascari, c’è finalmente un terzo nome. È quello di un ragazzo che ha riportato il nostro Paese al vertice e che può offrire a tanti giovani qualcosa di prezioso: la possibilità di riconoscersi nel campione, prima ancora di immaginarsi al suo posto.

Carlo Saccomando

Classe 1981, giornalista pubblicista. Poco dopo gli studi ha intrapreso la carriera teatrale partecipando a spettacoli diretti da registi di caratura internazionale come Gian Carlo Menotti, fondatore del "Festival dei Due Mondi" di Spoleto, Lucio Dalla, Renzo Sicco e Michał Znaniecki. Da sempre appassionato di sport lo racconta con passione e un pizzico di ironia. Attualmente dirige il quotidiano "Il Valore Italiano".

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