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Il mio saluto a Kobe Bryant, semplicemente “poesia in movimento”

È più difficile di quanto pensassi provare a mettere nero su bianco le forti emozioni che sto vivendo in questo momento. Come me milioni di sportivi e appassionati di pallacanestro di tutto il mondo sono rimasti increduli di fronte alla notizia della tragica scomparsa di Kobe Bryant, leggenda del basket Nba, morto in un incidente aereo che ha coinvolto il suo elicottero privato. Insieme a lui a bordo del velivolo c’erano altre otto persone, nessuna delle quali si è salvata, tra cui la figlia tredicenne Gianna Maria, considerata da molti astro nascente del basket femminile statunitense.

Secondo quanto riferito dalle autorità locali l’elicottero si era alzato in volo dall’aeroporto John Wayne di Orange County alle 9:06 e si è schiantato poco più di 40’ dopo nella zona di Calabasas, a ovest di Los Angeles. In Italia al momento dell’incidente erano le 18:50 circa. Il mezzo era diretto a Thousands Oaks, in California, dove l’ex cestista dei Lakers avrebbe dovuto allenare una partita della squadra della figlia nella Mamba Cup, torneo con squadre miste organizzato dalla sua “Mamba Sports Academy“.

La tragedia della famiglia Bryant accomunata a quella della famiglia Altobelli

Kobe, oltre alla moglie Vanessa lascia anche gli altri tre figli: Natalia, Bianca e il neonato Capri. Una tragedia familiare alla quale si aggiunge quella della famiglia Altobelli, composta da John, 56enne coach della squadra di baseball dell’Orange Coast College, e Kery, che avevano deciso di approfittare del passaggio in elicottero di Bryant per accompagnare alla partita di pallacanestro la figlia teenager Alyssa, compagna di squadra di Gianna Maria.

Kobe Bryant (Twitter)

La probabile causa dell’incidente aereo

Le prime indiscrezioni hanno cominciato a circolare insistentemente in Italia poco prima delle 21:00, diffusa da TMZ e poco dopo è arrivata la conferma da parte dalla polizia losangelina. In queste ore le autorità locali hanno ipotizzato che la causa più probabile dell’incidente sarebbe da imputare alla fitta nebbia che avvolgeva la zona collinare, tale da rendere la visibilità del pilota pari allo zero.

Appresa la triste notizia in tanti si sono domandati se si trattasse di una fake news, numerosi sono stati coloro i quali hanno messo in dubbio l’affidabilità del sito TMZ, specializzata in gossip e rumors sulle più importanti celebrità appartenenti al jet set di Hollywood e non solo. Un dubbio che ci si augurava alimentasse una speranza: quella di non aver perso per sempre uno tra i più grandi miti della storia dello sport, oltre che del basket.

Kobe e il rapporto con l’Italia

Bryant è stato indelebilmente legato all’Italia: il padre Joe, anch’egli cestista, dal 1984 al 1991 decise di proseguire la propria carriera in Europa e si trasferì con la famiglia nel Belpaese. Indossò le maglie di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e infine Reggio Emilia, città che più di tutte rimase nel cuore di Kobe. Parlava e comprendeva molto bene la lingua italiana. Oltre il basket era un grande appassionato di calcio, difatti era grande tifoso del Milan, di cui era stato ospite qualche anno fa a Milanello.

Kobe Bryant

Come è nata la leggenda del “Black Mamba”

Il ‘Black Mamba‘, soprannome che lui stesso si era dato ispirandosi al film “Kill Bill: Volume 2“, diretto da Quentin Tarantino, pellicola in cui è presente il mamba nero e in cui vengono descritte le sue caratteristiche. Un nickname che simboleggiava quanto il suo modo di giocare e di stare in campo fosse simile a quello adottato dall’animale.

Negli anni Novanta tanti ragazzi come il sottoscritto si erano avvicinati al mondo del basket grazie alle imprese di un’altra leggenda della pallacanestro, Michael Jordan, capace di segnare intere generazioni e lasciare un segno indelebile nella storia di questo sport. Nel 1993 avevamo vissuto con profondo dolore il ritiro di MJ, a seguito dell’assassinio del padre, mentre nel 1995 eravamo tornati alla luce grazie al suo inaspettato ritorno.

A sinistra Kobe Bryant, a fianco Michael Jordan (Twitter)

Gli inizi della carriera di Kobe Bryant

Nella stagione 1996/97, nella quale Jordan conquistò il 5° titolo Nba della carriera, fece il suo esordio a soli 18 anni nel campionato più famoso al mondo un giovanissimo Kobe Bryant, scelta n° 13 del Draft di quell’anno, che in teoria sarebbe dovuto andare ai Charlotte Hornets ma venne scambiato con il centro serbo Vlade Divac, vincitore in carriera di 2 Olimpiadi, 2 Mondiali e 3 Europei con la nazionale della Jugoslavia.

Il primo tra i professionisti fu il peggiore a livello realizzativo, con una media di 7,6 punti a partita, nonostante ciò le sue prestazioni gli valsero l’ingresso nell’All-Rookie Second Team, diventando il più giovane della storia a esserci entrato. Sembra paradossale ma Bryant non si aggiudicò il titolo di Rookie of the Year (migliore matricola dell’anno), come da previsione fini nelle mani del n°1 del Draft Allen Iverson, che chiuse l’anno con la media di 23,5 punti a partita.

La svolta con coach Phil Jackson e i tre titoli consecutivi

Anno dopo anno le prestazioni di Bryant migliorarono sempre più, fino a raggiungere l’apice nel 1999, data storica per il basket made in Usa, che coincise con il secondo ritiro di Michael Jordan, a seguito della conquista per la seconda volta in carriera di tre titoli consecutivi (dal 1991 al 1993 e dal 1996 al 1998). Non solo questo fatto segnò di fatto la carriera di Kobe, poiché dopo ben 9 stagioni alla guida dei Chicago Bulls, coach Phil Jackson, vincitore come MJ di 6 anelli Nba, dopo una pausa sabbatica di un anno, decise di accettare la proposta dei Lakers e di allenarli a partire dalla stagione 1999/2000.

Questo episodio rappresentò una sorta di passaggio di testimone tra Mj e Black Mamba: i Los Angeles Lakers a distanza di 12 anni tornarono a vincere il campionato. Come se non bastasse grazie alla nuova filosofia dell’allenatore i gialloviola riuscirono ad emulare le imprese dei Bulls conquistando tre titoli consecutivi (2000, 2001, 2002), eguagliando la vittoria nei tre campionati del 1952, 1953 e 1954. Sempre insieme a coach Jakson Bryant vinse altri due titoli Nba nella stagione 2009 e in quella 2010.

Kobe Bryant

Bandiera gialloviola: 20 anni ai L.A. Lakers

A parte i cinque campionati vinti, sono stati i 20 anni consecutivi con la maglia dei ‘lacustri’ a farlo diventare una vera e propria bandiera gialloviola. Non ha giocato mai in nessun altra squadra all’infuori dei Lakers. Due decenni contraddistinti da due diversi numeri di maglia: i primi dieci con la numero 8 e gli altri dieci con la numero 24, entrambe ritirate il 18 dicembre 2017, unico giocatore della storia Nba al quale ne sono state ritirate due dalla stessa squadra. Tra i riconoscimenti più importanti spiccano il titolo MVP in regular season nella stagione 2007/2008, due volte MVP delle finals nel 2009 e nel 2010, miglior marcatore della stagione nel 2005/2006 e nel 2006/2007, 18 volte scelto per far parte dell’All Star Game. Infine con la nazionale statunitense ha conquistato 2 ori olimpici consecutivi nel 2008 e nel 2012.

Le stile di Kobe Bryant

Ma a parte gli anelli e le vittorie, Kobe fu tra i pochi cestisti capaci di sostenere la pesante eredità di Jordan e di rendere ancora vivo l’interesse per questo sport in tutto il mondo. La caratteristica principale di Bryant era quella di non arrendersi mai, capace di ribaltare le sorti di una partita sopratutto nella fase finale di una partita: è stato spesso l’uomo decisivo dell’ultimo quarto. Non so quante volte mi sono arrabbiato perché i Lakers arrivavano a giocare gli ultimi 12 minuti di partita sotto nel punteggio. E proprio nel momento in cui il match sembrava destinato a regalarti l’ennesima sconfitta, lui era in grado di attivare la modalità “Black Mamba” e conquistare da solo la vittoria insperata.

Oggi si descrivono le movenze della prima scelta del Draft 2019, Zion Williamson, come quelle di un ippopotamo danzante. Mentre quando si parlava di Kobe Bryant non si poteva che parlare di “poetry in motion”, poesia in movimento, capace di giocare a basket con un’eleganza e una concretezza disarmante: come non dimenticare le sue poderose schiacciate, i suoi jumper, il terzo tempo passando da un lato all’altro del canestro, le reverse jam, gli step back, le triple, gli assist “no look”, lo storico canestro in volo da dietro il tabellone, ma sopratutto i tiri realizzati sulla sirena.

Questa volta la sirena è suonata per sempre, la partita della vita è finita e non avremmo mai più l’onore di rivederti calcare un parquet. Ma c’è una cosa che mi piace pensare: da oggi farai il tuo ingresso trionfale nella “Hall of Fame” del Paradiso, accompagnato da quello splendido angelo di tua figlia Gianna Maria. Sono sicuro che da lassù veglierai sulla tua famiglia e su tutti coloro che ti hanno apprezzato, pronto a ricordare con il tuo esempio che quando tutto sembra essere definitivamente perduto è possibile raggiungere imprese straordinarie grazie alla forza di volontà e allo spirito di abnegazione, alle quali non deve mancare il pensiero positivo, rappresentato metaforicamente dal tuo sorriso sincero.

Carlo Saccomando

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