• 28 Gennaio 2021
  • ECONOMIA

IO APRO spopola sul web, ma non convince tutti: le ragioni dei NO, l’intervista

Sta letteralmente spopolando sui social l’hashtag IO APRO, ma nonostante i tanti esercenti, se ne contano oltre 30 mila, che si sono detti pronti affiancati dalla Confederazione Imprese unite per l’Italia a riaprire le proprie attività il 15 gennaio prossimo indipendentemente dai DPCM, vi é anche chi pur condividendo i contenuti della protesta, non ritiene eticamente corretto parlare ‘alla pancia delle imprese‘. Abbiamo dunque voluto dar parola a Vincenzo Butticè, portavoce regione Lombardia Fiepet Confesercenti (Federazione Italiana Esercenti Pubblici e Turistici), e cofondatore del Comitato ‘ristoratori uniti’ . Eccovi le sue motivazioni:

IO APRO, l’iniziativa nazionale che spopola ma non convince tutti, l’intervista a Butticè

Pur condividendone le ragioni si dice contro i modi dell iniziativa IO APRO…cosa non la convince?

Manifestare l’insostenibilità e la precarietà del settore ristorativo ormai in ginocchio è legittimo ed è condiviso, parlare alla pancia delle imprese no, non lo riteniamo eticamente corretto.

Per un ristoratore dar da mangiare ad un affamato è la cosa più semplice del mondo, proporre un’iniziativa mettendo a rischio l’ultimo baluardo che è l’azienda stessa significa parlare non alla ragione ma al disagio dell’imprenditore. Nella sua natura ogni imprenditore quando fa impresa della quale ne definiamo il termine: azione di ampia portata, che presenta rischi e richiede impegno, tentare un’impresa, ovvero riuscire nell’obiettivo. Predicare la riapertura è illudere gli imprenditori del settore che riaprendo risolviamo i problemi, in realtà l’impresa non dovrebbe mai estraniarsi dal contesto socio economico.

Nel pre covid la ristorazione produceva 1 miliardo e 80 mila pasti all’anno in Italia, non è logicamente pensabile che il settore continui la sua fase espansiva perché lo scenario prossimo sarà caratterizzato da una minore disponibilità economica correlata alla possibile implosione del mercato del lavoro, che condizionerà la possibilità di spesa e in casi di contrazione l’agenda di spesa della Famiglia avrà un ordine di priorità molto razionale e meno emozionale.

Il mercato attivo (domanda) che resisterà sarà poco per tutte le aziende e solamente quelle dotate di linee programmatiche e di pianificazione avranno maggiori probabilità di resistere all’onda d’urto di forza indescrivibile, qui andrebbe stimolato l’ingegno imprenditoriale, con visione, strategia e futuro. Le marginalità delle aziende, già risicate a causa di un sistema impregnato da storture e dispersioni economiche e caratterizzato da inefficienze strutturali, saranno ancora più condizionate in negativo per la relativa contrazione della domanda sia in termini quantitativi sia qualitativi.

Le risicate marginalità non consentiranno di mantenere un sistema obsoleto e strutturato su modelli operativi e organizzativi poco performanti. La priorità è costituita dalla possibilità di pianificare e programmare la propria azienda, una forte concausa al sentimento frustrazione risiede proprio nella normazione ad horas, del qui ed ora, castrando all’imprenditore la possibilità di pianificare e programmare.

Per il settore della ristorazione, quest’iniziativa legittima ma inopportuna nel metodo, sarà la dimostrazione di un settore parcellizzato e frammentato impregnato dall’io e dalla portata geniale dell’io stesso. Il sistema prescinde dall’io, e la dichiarazione di una “ guerra metaforica” deve avere un piano strategico, richiedere di Aprire significa mandare al fronte “ un esercito” di aziende già ferite e malmesse e senza strategie alternative, senza piano B. Le azioni e le manifestazioni dovrebbero sempre avere un disegno, una visione che vada oltre dal qui e dall’ora. Dichiarare una “ metaforica guerra” priva di strategia e di visione ,e andare allo scontro preferendo l’uso della forza del leone all’astuzia della volpe, conferma la fame e la disperazione del settore imprenditoriale e la strutturale mancata visione del settore, prima e reale causa della difficoltà strutturale.

IO non APRO: la voce di molti ristoratori, che temono sanzioni

E cosa secondo lei convince ancor meno tutti quei ristoratori che pur al collasso temendo sanzioni non parteciperanno?

Crediamo che molti imprenditori non aderiscono all’iniziativa non per la semplice paura delle sanzioni ma proprio perché valutano in modo analitico costi e benefici. Ridurre la non adesione dell’imprenditore alla mera paura delle sanzioni è un punto di vista molto parziale.

L’imprenditore prima di agire, generalmente pianifica le azioni e la bontà dei risultati possibili, in questo caso il problema venire meno alla concezione di luogo sicuro nell’accezione più ampia del termine, l’imprenditore ristorativo non permetterebbe mai di far fare la multa ai propri ospiti, perché nell’istanza primaria del ristoratore c’è un aspetto etico imprescindibile “ la sicurezza, il galateo, la norma, il rispetto” il resto ha poco a che vedere con l’impresa ristorativa, in un ambiente non sicuro e contravvenire alla legge vuol dire ospitare persone in un luogo non sicuro.

Un altro aspetto sicuramente valutato dall’imprenditore è il ritorno d’immagine che impatterebbe il brand della propria azienda che da punto di riferimento per la propria clientela li invita a rischiare del loro in termini sanzionatori e di rischi di contaminazione.

L’ultimo ma non per importanza penso si valuti anche il rischio di un perseguimento penale per colpa nell’aver attentato alla salute pubblica, con conseguenze ben diverse della mera sanzione di 400,00 € .

DPCM 16 gennaio, ristori insufficienti, quali le richieste?

Alcuni ristoratori con i quali ci siamo interfacciati preferirebbero avere aiuti più concreti rispetto a ristori ottenuti,  tipo uno sgravio sulle tasse. Lei cosa ne pensa al riguardo,  quali richieste farebbe al governo in vista della stesura del prossimo Dpcm?

Con #farerete comitato che raggruppa le maggiori associazioni professionali di caratura nazionale e di portata storica, abbiamo sempre lavorato sono solo nella logica del qui ed ora ma su un doppio asse temporale.

La visione dell’emergenza non può e non deve offuscare la visione di una ristorazione che si proietti nei prossimi trent’anni, perché a fare le stesse cose si ottengono sempre gli stessi risultati, e pensare all’immediato e non al futuro vuol dire castrare la reale opportunità offerta dal disastro covid, ovvero Visione, Futuro, visione.

Per rispondere alla sua domanda quindi, per l’emergenza chiederei al Governo in fase di stesura del DPCM:

  • indennizzo alle aziende fino al punto di pareggio al netto di ristori e cassa integrazione;
  • esenzione tasse e imposte per tutto il 2020 e 2021;
  • esenzione cartelle esattoriali per il 2020 e 2021;
  • accesso al credito e trasformazione dei crediti contratti su piano trentennale;
  • riduzione oneri contributivi ed assistenziali in modo sostenibile e fattibile ( -50%)

Il secondo policy della ristorazione da convogliare in una legge quadro che impattino su materie:

  1. Formazione e istruzione
  2. Ricerca e sviluppo
  3. tributarie e fiscali,
  4. economico-finanziarie
  5. risorse logistiche
  6. aree normative in termini di concessioni
  7. area igienico/sanitarie e di controllo
  8. risorse umane, reclutamento, gestione e investimento sulle stesse.
  9. Digitalizzazione
  10. Impatto ambientale

Auspicio e errori da non commettere:

Il nostro auspicio: Sfruttiamo questo tempo per riscrivere la ristorazione italiana per i prossimi trent’anni, per il futuro con una visione sistemica e sostenibile.

L’errore da non commettere Evitare decisioni di pancia!!!, c’è una tempesta , l’obiettivo non è sconfiggerla ma arrivare a terra ferma, avremo dei danni ma si potrà ricostruire.

Ringraziamo moltissimo per il tempo dedicatori il Cofondatore del Comitato ‘Ristoratori Uniti’ , Vincenzo Butticè, portavoce regione Lombardia Fiepet Confesercenti . Chiunque volesse riprendere parte dell’intervista, trattandosi di esclusiva, é tenuto a citare la fonte.

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