• 20 Ottobre 2021
  • POLITICA

L’autorevolezza di Draghi frena le pregiudiziali ideologiche, l’editoriale

Draghi sa bene che le pregiudiziali ideologiche spingono al voto. Per questo tira dritto per la sua strada: i partiti sono fermi al pit-stop e scaldano i motori in attesa che scenda in pista la safety car chiamata ‘Quirinale’.

Sta dimostrando di possedere le buone doti del decisore politico che lui stesso aveva enunciato nella lectio magistralis alla Cattolica per il conferimento della laurea ad honorem, Mario Draghi, nella sua attuale veste di Presidente del Consiglio.

Al punto che ancora da Palazzo Chigi o dal Quirinale, la sua presenza si rivelerebbe salutare per la buona politica e rassicurante per il popolo italiano. Se quelle doti sono ancora la conoscenza-competenza, il coraggio e l’umiltà, il premier dimostra una accurata conoscenza dei meccanismi istituzionali e si muove a suo agio nei meandri del politically correct ma con un occhio di riguardo alle dinamiche internazionali, puntando su un più saldo accreditamento dell’Italia nell’Unione europea e nella geopolitica mondiale, esprime il coraggio necessario ad affrontare i problemi reali a livello economico e sociale nel perdurare dell’allerta pandemico e sa essere umile al punto giusto – come gli potrebbe raccomandare  William Shakespeare (“presta a molti il tuo orecchio e a pochi la tua voce”) –  nel considerare con par condicio le forze politiche del rassemblement atipico che sta sostenendo l’azione di Governo.

La sua esperienza ai vertici della Banca d’Italia e della BCE ha affinato le doti personali e il talento innato e si sta rivelando decisiva per affrontare tutti i problemi irrisolti che si sono accumulati negli ultimi decenni perché la politica partitica non è mai stata in grado di elaborare un piano strategico a breve medio termine.

Il prestigio che gli viene riconosciuto è il miglior viatico per il prosieguo dell’esperienza di gestione dell’esecutivo, che rende quasi un ossimoro i potenziali distinguo degli schieramenti parlamentari.

Nessuno – contrariamente a quanto qualcuno adombra sotto mentite spoglie – ha interesse ad interrompere la legislatura dopo l’elezione del Capo dello Stato, tenuto conto che un terzo dei deputati e dei senatori attualmente in carica non farà ritorno a Palazzo Madama o a Montecitorio.

Con l’attuale sistema elettorale i vari leader di partito sono ben consapevoli di detenere un potere quasi oligarchico nella scelta dei candidati da posizionare in cima alle liste o nei collegi uninominali.

Per questo tutti vivono l’attuale fase di stand-by come una necessaria transizione verso il ‘liberi tutti’ del dopo Quirinale, d’altra parte ognuno sa che deve mettere il suo mattone alla casa comune di cui Draghi possiede per ora saldamente il possesso della chiavi d’entrata (e di uscita, salvo colpi di testa altrui).

Le pregiudiziali ideologiche restano e possono creare qualche scricchiolio ma le velate minacce, i veti malcelati e le rispettive priorità correlate ad un elettorato di riferimento potenziale ma in realtà fluttuante al punto di non andare neppure a votare, vengono sommessamente adombrate ma sono rintuzzate ‘all’apparir del vero’ quando il Presidente Draghi, in totale sintonia con il Capo dello Stato, mette i puntini sulle “ i “ , richiamando senso del dovere e interessi generali del Paese: due argomenti sempre efficaci specie se il talento è supportato da un senso pratico non comune e da una paziente capacità di ascolto.

Qualche raglio d’asino sale al cielo, qualche velleitaria rivendicazione viene posta, ognuno deve pur dimostrare una certa coerenza con la propria storia – breve o più lunga che sia – ma si tratta di un gioco delle parti, una sorta di teoria dell’attore sociale applicata alla politica.

D’altra parte il contributo che i partiti che fanno parte di questo governo sui generis non si rivela sempre all’altezza del compito: eccetto la condivisione in Consiglio dei Ministri o il voto di sostegno parlamentare, se si eccettua appunto la figura del premier e degli uomini che si è scelto, il resto della truppa ha pochi graduati e molti soldati semplici. Avremmo desiderato un ricambio più sostanziale nella compagine governativa ma tutto non si può avere.

Manuale Cencelli e ipoteche sui vari dicasteri, una comprensibile continuità con alcuni nomi dei due governi Conte va considerata come una sorta di pegno da pagare per tenere insieme il rassemblement inevitabilmente rattoppato ma necessario.

Francesco Provinciali

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Erica Venditti

Erica Venditti, classe 1981, dal 2015 giornalista pubblicista. Dall'aprile 2012 ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Ricerca Sociale Comparata presso l’Università degli studi di Torino. Sono cofondatrice del sito internet www.pensionipertutti.it sul quale mi occupo quotidianamente di previdenza.

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