Una prenotazione effettuata a settembre 2026 e un appuntamento fissato a maggio 2028: 587 giorni di attesa per un esame legato al monitoraggio delle apnee notturne. È il caso di un insegnante di Lodi diventato emblematico proprio mentre il tema delle liste d’attesa torna sotto i riflettori della Corte dei conti. Sarebbe sbagliato utilizzare un singolo episodio per descrivere l’intera sanità italiana, perché tempi e disponibilità cambiano enormemente tra Regioni, aziende sanitarie e singole prestazioni. Ma casi simili spiegano perché, nonostante statistiche complessivamente migliori, molti cittadini continuino ad avere la sensazione che ottenere una visita attraverso il Servizio sanitario nazionale dipenda ancora troppo dal luogo in cui si vive, dal tipo di esame richiesto e dalla fortuna di trovare un posto libero.
Il primo Bollettino nazionale AGENAS sulle liste d’attesa offre una fotografia meno negativa di quella che emerge spesso dalle esperienze individuali. Nei primi sei mesi del 2026 sono state analizzate 14,9 milioni di prenotazioni, contro 13,3 milioni dello stesso periodo del 2025. Le prestazioni effettuate entro i tempi di garanzia sono aumentate di oltre 1,6 milioni. Per le prime visite il rispetto dei tempi è salito dal 76,4% al 78,5%, mentre per gli esami diagnostici è passato dall’82,8% all’84,6%.
Sono progressi reali e sarebbe scorretto ignorarli. Significa che una parte delle misure adottate negli ultimi anni sta producendo risultati e che il sistema riesce a erogare più prestazioni rispettando le priorità indicate dai medici. I miglioramenti più evidenti riguardano proprio le classi Urgente e Breve, cioè quelle nelle quali il rispetto dei tempi ha maggiore rilevanza clinica. Restano però circa 2,8 milioni di visite ed esami effettuati oltre i tempi previsti nel solo semestre considerato. Ed è qui che la fotografia diventa più complessa.
C’è infatti una domanda fondamentale: che cosa stiamo realmente misurando? Il monitoraggio nazionale prende in considerazione 14 tipologie di prime visite specialistiche e 22 esami diagnostici previsti dal sistema nazionale. È un passo avanti importante, ma non coincide con l’intero universo delle prestazioni sanitarie. Rimangono fuori da questa fotografia molte attività e, soprattutto, le visite di controllo, che rappresentano una parte rilevante del percorso di chi convive con una patologia.
Anche un dato percentuale apparentemente positivo può nascondere situazioni molto diverse. Dire, per esempio, che una Regione garantisce nei tempi l’80% delle prestazioni non racconta quanto abbiano aspettato le persone appartenenti al restante 20%. Una cosa è superare il limite previsto di qualche giorno, un’altra attendere mesi. Inoltre la media regionale può mettere insieme aziende sanitarie con performance molto differenti. Il rischio è quindi quello di avere una fotografia corretta nel suo insieme, ma non sufficientemente dettagliata per raccontare l’esperienza concreta del singolo paziente.
Ed è proprio sul rapporto tra risorse utilizzate e risultati ottenuti che si concentra ora l’attenzione della Corte dei conti. Secondo i rilievi emersi nell’attività di controllo, tra il 2022 e il 2025 sono stati destinati circa 1,8 miliardi di euro agli interventi per affrontare le liste d’attesa, ma quelle risorse non avrebbero determinato un incremento strutturale dell’offerta sanitaria tale da risolvere il problema.
Il punto non è sostenere che 1,8 miliardi siano semplicemente “spariti” o siano stati tutti sprecati. La questione posta dai magistrati contabili è più complessa e riguarda la difficoltà di ricostruire con precisione il rapporto tra denaro assegnato, prestazioni effettivamente erogate e risultati ottenuti. A questo si aggiungono la frammentazione tra Stato e Regioni e un problema che torna continuamente quando si parla di sanità: la carenza di personale.
Perché si possono finanziare sedute aggiuntive, ampliare gli orari degli ambulatori o acquistare nuove apparecchiature, ma se mancano specialisti, infermieri e tecnici sanitari diventa molto più difficile trasformare rapidamente le risorse economiche in appuntamenti disponibili.
Ed è a questo punto che la lista d’attesa smette di essere soltanto un problema organizzativo e diventa una questione sociale. Davanti a una visita disponibile dopo molti mesi, chi può permetterselo ha una soluzione immediata: pagare. Si rivolge al privato, oppure verifica la disponibilità in libera professione intramoenia. Chi non dispone delle stesse possibilità economiche può invece essere costretto ad aspettare.
È uno degli aspetti più delicati dell’intero sistema. Non perché pubblico e privato siano necessariamente in contrapposizione: una quota importante delle prestazioni del SSN viene erogata proprio da strutture private accreditate. Il problema nasce quando il cittadino percepisce che la differenza tra attendere mesi e ottenere rapidamente una prestazione dipenda principalmente dalla possibilità di aprire il portafoglio.
In questo senso le liste d’attesa rischiano di creare una sanità a due velocità. Non necessariamente due qualità differenti di cura, ma due tempi differenti. E in medicina anche il tempo può diventare una forma di disuguaglianza.
Nel frattempo il sistema sta cambiando. Nel 2026 è stato adottato il nuovo Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa 2026-2028, mentre la Piattaforma nazionale dovrebbe consentire progressivamente di raccogliere e confrontare informazioni più omogenee provenienti dalle Regioni. L’obiettivo è rendere le agende più trasparenti, migliorare il funzionamento dei CUP e capire dove esistono realmente posti disponibili che non vengono utilizzati.
Anche la tecnologia può fare molto. Alcune Regioni stanno sperimentando sistemi capaci di ottimizzare le agende, recuperare automaticamente gli appuntamenti cancellati e indirizzare il paziente verso strutture alternative. C’è poi il fenomeno dei cittadini che prenotano una prestazione e non si presentano: ogni appuntamento perso senza disdetta significa uno spazio che avrebbe potuto essere utilizzato da qualcun altro.
Ma digitalizzare una lista d’attesa non significa automaticamente accorciarla. Se dietro il calendario elettronico non esistono abbastanza professionisti e ore disponibili, il software può distribuire meglio gli appuntamenti, non crearli.
Il paradosso della sanità italiana nel 2026 è quindi evidente. I dati nazionali migliorano e, contemporaneamente, il problema rimane enorme. Le due cose possono essere vere nello stesso momento. AGENAS registra più prestazioni effettuate entro i tempi; la Corte dei conti chiede maggiore chiarezza sull’efficacia delle risorse utilizzate; milioni di cittadini continuano comunque a sperimentare ritardi.
Forse è proprio questo il limite di un dibattito che troppo spesso cerca una risposta semplice: o la sanità sta migliorando oppure sta peggiorando. La realtà è molto più frammentata. Una prestazione può essere disponibile rapidamente in una provincia e richiedere mesi in quella confinante; una Regione può migliorare complessivamente mentre una singola specialità continua ad accumulare ritardi.
La sfida, allora, non è soltanto spendere altri soldi, ma sapere esattamente dove vengono spesi, quali prestazioni producono e quanto diminuisce realmente l’attesa del paziente. Servono dati più granulari, confrontabili e comprensibili, insieme a personale e organizzazione.
Perché alla fine la qualità di una lista d’attesa non si misura in una conferenza stampa e nemmeno esclusivamente in una percentuale nazionale. Si misura davanti a un CUP, quando un cittadino consegna una prescrizione e domanda: “Quando posso fare questa visita?”
Se la risposta continua troppo spesso a essere “tra molti mesi”, il problema non può ancora considerarsi risolto.